“Torino. Nuovelle vague” di Franco Ricciardiello, Todaro editore. A cura di Alessandra Micheli

Non sono una grande appassionata di film.

Anzi, il cinema nonostante abbia con se un suo indiscusso fascino non riscuote la mia piena attenzione, proprio perché fatto di immagini.

E’ come servirmi il significato nascosto in simboli resi visivi su un piatto d’argento.

E questo mi toglie un po il piacere, tutto edonistico della creazione.

Sono io che assisto all’arte del demiurgo che decide di illudermi, sedurmi e di rapire i sensi.

A differenza un libro è costruito da me, con un piccolo aiuto che però non mi pone ne limiti ne confini.

Io posso creare persino significati che esulano e capita spesso, dalla reale intenzione dell’autore.

Non solo emozioni quindi ma proprio simboli.

Ecco perché mi sono accostata con un riverito timore a questo libro.

Perché seppur a digiuno di film non sono cosi impreparata da non sapere cosa sia la Nouvelle vague.

Basta un enciclopedia in fondo.

Quello che non so e che conoscono perfettamente gli appassionati è il senso che soggiace a questa tendenza culturale che mi sfugge proprio perché so udire i suoi richiami ma essi non riescono a penetrare nel mio io.

Ci è riuscito libro?

Vedremo miei cari.

Per chi come me non guarda i film di tal guisa farò una breve, giuro breve disquisizione che mi serve soltanto per introdurvi nell’ambientazione del romanzo, la vera chicca per i buongustai letterali come me.

In fatto di libri ovviamente.

La nouvelle vague ossia nuova onda (se ho tradotto bene ovviamente) apparve per la prima volta in un settimanale francese l’express nel 1957, ad opera di Francoise Giroud ( famosa giornalista , scrittrice e politica francese) e fu poi ripresa da Pierre Billard nel 1958 sulla rivista cinema 58.

E cosa indicava questo termine?

Non era altro che una lente d’ingrandimento sulla novità presente nei film ad opera di giovani visionari francesi che cercavano un modo alternativo di fare cinema.

Di una ventata di innovazione.

Di una rottura con il consueto.

E di un modo per raccontare, forse, la francai degli anni cinquanta, quella in piena crisi politica, quella invasa da sussulti della guerra fredda e dai contrasti causati dall’affaire d’Algeria.

In questo contesto il cinema tradizionale non poteva avere affatto la capacità a narrarla quando piuttosto di documentare e di servire alla socializzazione primaria ( l’accettazione di dogmi societari e di un tradizionalismo messo a dura prova dai vanti del cambiamento.

E quindi il cinema diveniva esso stesso morale, più che etica, per sua natura avulso da ogni realismo capace di non solo immortalare ma rielaborare gli eventi che mal si accostavano con i valori considerati necessari a una comunità.

Pertanto spettò alla nuova generazione proporre una diversa interpretazione e percezione del mondo, che fosse più in sincronia con una decadenza che ptoeva avere il profumo di una rinascita.

Ed eccoci ai giorni nostri.

Scenario che è poco cambiato sostanzialmente, ma ancora più complicato dallo schema proposto dai favolosi anni cinquanta.

E in cui la decadenza poco ha da spartire con una necessaria rinascita.

La novelle vague in questo testo assume, quindi, il sapore agrodolce del ricordo e della nostalgia, di un momento totalmente irreale e piazzato forse in una dimensione onirica capace di congelarsi per diventare eterno.

E’ in quest’atmosfera quasi malinconica, brumosa sullo sfondo di una Torino che sembra quasi sempre addormentata che il dramma compie la sa parabola definitiva: il cinema della nouvelle vague si infrange sullo scoglio della banalità.

Banale è l’evento che la interrompe, l’omicidio.

Banali sono i drammi che soggiaciono all’atto criminoso.

Banale è persino la risoluzione dell’intrigo.

La nouovelle vague è solo un nome, un istante che sotto il sole cocente di una delusione che non ha mai trovato ristoro si scioglie.

E in quel fiume di illusioni porta con se acne l’ultimo barlume di resistenza.

Tutto è invaso dal rumore cacofonico di una città che non ha più la forza di sopravvivere.

Si frantuma come ogni amore impossibile sullo scoglio della verità.

E cosi resta solo un eco lontano, una speranza morta, ancora prima di mostrare la sua forza al mondo.

Ecco che più del delitto, quasi una scusa per raccontare di noi, di questo crollo, quello che colpisce, rapisce e lascia una profonda amarezza è proprio quest’atmosfera che passa dal sogno alla disillusione.

E l’ultima scena sarà la più emblematica di ogni testo.

Un ultimo sguardo a ciò che è ormai perduto, e poi il nulla, la parola fine di ogni nostro tentativo di dominarlo questo assurdo copione.

2 pensieri su ““Torino. Nuovelle vague” di Franco Ricciardiello, Todaro editore. A cura di Alessandra Micheli

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