“Adam” di Lucia Moreschi, Nua edizioni. A cura di Alessantra Micheli

Adam.

Come descrivere questo perfetto thriller psicologico?

E’ arduo e non potete immaginate quanto…io ne sia felice.

Ultimamente i libri, seppur pregiati, erano immediati e facilmente comprensibili.

Non risultava affatto difficile entrare nel loro mondo che per quanto cupo voleva sembrare, per quanto ambisse a essere ricco di ombre junghiano aveva la capacità di far illuminare da un sole rubicondo e allegro.

E quindi le sfida, quella che è i n fondo il vero motivo per cui voglio continuare a fregiarmi del titolo di blogger non stuzzicava la mia vita.

Non sentivo quella voce capace di sfidare le mie sinapsi e quel vanto che tengo appuntato sul bavero della giacca di lettrice capace di entrare neanche troppo in punta di piedi nella psiche del testo e ovviamente, in quella dell’autore.

Ecco perché Adam mi ha emozionato doppiamente.

Già dalla prima righe capiamo che, quella volontà di mostrare un universo reale ma complesso affatto disposto a essere schematizzato che ci guardava con sufficienza e un pizzico di sussiego.

Sei capace di comprendermi, sembravano deridere le pagine, mentre con delicatezza le mie dita sfogliavano le pagine creando un rumore di sottofondo soffuso ma penetrante.

E la domanda resta ancora senza risposta: sarò mai in grado di penetrare i segreti di Adam?

Io non sono convinta.

Perché non solo di delitti di parla ma si parla anche di uno dei temi a me più cari, quelli che tagliano con lame affilate anche la mia di anima e che mi proto dietro da tempo: il tradimento dei sogni.

Tutti noi nasciamo con un bagaglio di speranze e di aspirazioni importanti. Ideali, proponimenti, obiettivi che sembrano sfidare il cielo limpido che si specchia in quegli occhi non ancora toccati dal male e dallo spleen baudeleriano. Ma la vita si sa, è un abile giocoliera.

Prende tutto questo afflato alla grandezza e lo gioca in una partita senza scrupoli su un tavolo di poker stile Las Vegas.

Volti con sorrisi che assomigliano a ghigni, posta in gioco sempre più alte fino a pretendere la parte migliore della tua di anima.

Per ritrovarti vuoto, afflitto e disilluso.

Ed è la disillusione il terreno di cultura, la piastra petri, su cui innestare uno strano batterio, o un virus capace poi di infettare tutto il sistema.

Non si vede la decadenza perché l’ambiente in cui essa si impianta o si innesta tenta in ogni modo di confondere le acque e di non far comprendere che, a quel tavolo verde immaginario, si perde tutto e non si vince nulla.

Cosi il successo, l’apparenza, le vittorie, il dominio sono tutte maschere per camuffare la sconfitta e la perdita.

Ecco che Adam si volge nella città simbolo del crollo del grande sogno.

New York.

E per farvi comprende l’atmosfera malsana userò le splendide parole di Bruce Springsteen

Tutta la mia vita, ho combattuto questa lotta

La lotta che non puoi vincere

Ogni giorno diventa proprio più difficile vivere

Il sogno in cui tu credi..

Bene, ho vinto molto una volta e sono arrivato alla costa

Sì, ma ho pagato il prezzo

Dentro di me mi sentivo come se stessi portando degli spiriti infranti

Di tutti coloro che avevo perso..

La promessa è infranta, tu vai avanti vivendo

Lei ruba qualcosa dal profondo della tua anima..

Quando la verità viene detta, non fa differenza

Qualcosa nel tuo cuore diventa freddo

Ho inseguito quel sogno attraverso le tracce del sud-ovest

Quei vicoli ciechi nei bar da quattro soldi

La promessa era infranta, io ero molto lontano da casa

Lontano da casa.

E la casa rappresenta la tua di anima, il sogno si infrange contro gli scogli dell’ipocrisia, del compromesso, della disfatta.

Dell’odio e del rancore.

E si cerca di colmare quei vuoti con una flebile bellezza che non tampona del tutto il sangue che sgorga dalla ferita.

E alcuni per risollevarsi divengono carnefici, per trovare almeno nella sottomissione di chi è più fragile una sorta di compenso per quella perdita fatta a quel maledetto tavolo di poker.

Tutti i protagonisti qua non sono altro che vittime, di quella città cosi bella al tramonto, ma cosi crudele in quella sua indifferenza verso ogni storia, ogni sogno e ogni bisogno.

Che puoi forse urlare alla notte.

Che puoi forse tenere dentro di te e alimentarlo a illusioni.

Nessuno vincerà in Adam.

Ne l’assassino, ne chi si sente burattino.

Ne persino la risoluzione finale darà una sorta di sollievo al dolore.

Ma lo renderà più acuto.

E potremo solo assistere a quel giro di folle brutale danza che unisce tutti in un discesa disperata e impossibile da fermare diretti proprio in fondo all’abisso.

Adam è un thriller psicologico.

Ma è anche il racconto lucido e di una poeticità piena di dolore del fallimento dell’unico mezzo che rende, noi uomini, cosi importati per quel dio nascosto dietro le nuvole: il sogno.

Il sogno non è più riscatto.

Ma è la punizione per chissà quale colpa.

Forse quella di provare, ogni volta a scrivere un finale diverso.

Magnetico, angoscioso ma al tempo stesso soffuso di un elegante disperazione.

E profondo, tanto da farci comprendere come, ogni sopraffazione in fondo, nasce da un vuoto.

Adam è il libro migliore che abbia mai letto finora.

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