“Un colpevole in giuria” di Ruth Burr Sanborn, Edizioni le Assassine. A cura di Alessandra Micheli

Sapete qual’è il vero pregio della letteratura gialla tradizionale?

Non l’intreccio, neanche quel sapore molto retrò che l’ambientazione che sia una città brulicante di vita o in un villaggio idilliaco procura.

Ne la capacità di analizzare, anche senza volerlo la società “borghese”.

E’ l’ironia.

Pensateci.

Da Christie a Chesteton ogni racconto, ogni romanzo è venato di un sarcasmo che può essere di varie tonalità, pungente, crudele, soffuso e bonario.

Ma ogni elemento è illuminato da quel sense of humor che tanto mi piace e mi appartiene e che porta a sdrammatizzare persino l’evento peggiore per eccellenza quello che taglia in due l’anima e la spezzetta, ossia l’omicidio.

Perché la volontà di quei meravigliosi autori, di quei narratori eccelsi non era altro che quella di rappresentare il delitto come l’atto disperato di un perdente.

E cosi anche il più complesso, quello in cui esiste una sorta di compiacimento estetico per dirla alla De Quincey non è che il tentativo molto infantile e pertanto pericolo perché privo di remore etiche, di urlare al mondo la propria esistenza.

Tutti sono mossi da impulsi che rivendicano in modo errato un posto, reale o immaginario all’interno della compagine sociale o del mondo in senso lato. Oppure è il dolore che vince, poiché non produce cambiamento ma soltanto vendetta.

E se la vita, con quel suo languido e sinuoso intercedere non ci porta con se verso l’altrove, allora siamo noi a essere dannatamente sconfitti.

Ecco che in un giallo “vintage” come amo chiamarli questo tocco di sprezzante umorismo, sagace e un pizzico cattivo non deve mancare.

Ne deve mancare un eroe smitizzato, reso anch’esso macchietta in quanto componente essenziale di quella trita commedia dell’arte che si svolge sotto gli occhi affamati de lettore.

Che in quei vizi, più che nelle virtù, si riconosce.

Del resto nei gialli è dipinto l’uomo.

Non certo con i toni sacrali di certa narrativa.

Ma con quelli opalescenti e grigiastri della realtà.

Ecco a voi quindi il miglior libro giallo che potevate desiderare, di un autrice misconosciuta ai più, ma con un talento capace di avvolgere, conquistare e ammaliare.

Ruth burn Sanborn nata nel New Hampishire nel 1894 ha scritto circa, se non erro più di dentro racconti per riviste e tre importanti romanzi tra il 1923 e il 1942, per lasciarci, a noi giallisti doc orfani a soli 48 anni.

Le Edizioni Assassine ci regalano il suo libro è più pregiato, Murder in jury tradotto come un colpevole in giuria in cui la sua arte investigativa e la sua ironia tocca, a parar mio, il suo massimo apice.

E’ tutto molto semplice senza l’affanno che oggi porta molti autori a cercare l’originalità a ogni costo e intrecci sempre più ingarbugliati, con il risultato di lasciarci spesso interdetti a chiederci perché.

Se uno ha il talento, non deve far altro che lasciarlo fluire.

Semplice, immediato, con quello che ha a portata di mano.

Le situazioni più banali, gli scorci meno fantasiosi, gli eventi minimali di questa vita che corre veloce.

può essere lo sfondo per un ottima costruzione di stile detective stories.

Persino esse membri di una giuria.

E non si ha bisogno di chissà quale strano soggetto traumatizzato, complesso e sempre in bilico sull’abisso.

Basta una svampita, loquace e pettegola signora di mezz’età una certa Angeline Tredennick che riuscirà a risolvere l’intricato caso della morte di un membro importante non solo di quella strampalata giuria, ma di un intera comunità: signora Vanguard.

Ricca, prepotente, ingombrante, decisa a ogni costo a far valere il suo punto di vista, trascina l’intera cittadina di Sheffild in un oscurantismo di stampo medievale, dove la parola del signorotto locale era legge.

Ed è questa sua pretesa di dominare ogni scena, di arroccarsi dentro le mura di una torre inavvicinabile che la porteranno a essere oggetto di attenzioni fatali..

Veleno signori miei.

Il soluto odioso veleno, amico di molte investigazioni.

Crudele e al tempo stesso elegante, degna morte della nostra matrona.

Che a dire il vero risulterà, sin dalle prima pagine, davvero insopportabile. Portano del lettore a domandarsi se, in fondo, non sia quella la vera giustizia, ossia sbarazzarsi di questo retaggio di un passato anacronistico e pericoloso.

Ma vedete, non sarà tanto interessante svelare l’omicida.

Quanto a far emergere da quel sonnacchioso ambiente, totalmente concentrato su se stesso, apparentemente elegante e equilibrato, verità sconvolgenti.

Odi e e rancori.

Sete di vendetta e soprusi.

Come a sottolineare quanto, nonostante il tempo ci sia amico, l’uomo tende a non lasciar mai morire l’unico sistema che conosce: l’autocrazia.

E in questo contesto a dare una ventata di freschezza è sopratutto Angeline.

L’unica davvero capace di essere sempre sulle righe.

Perché troppo curiosa, troppo decisa a andare oltre il velo dell’apparenza.

E perché no a lasciarsi dietro una sorta di cappa di stantio puritanesimo e a non aver paura, sopratutto di sollevare il tappeto elegante che ricopre tante, troppa muffa.

Il resto non saranno altro che partecipi, consapevoli o meno di una recita fatta ad hoc dal mangiafuoco di turno.

E un po’ di soddisfazione la ritroviamo anche a sognare, senza che questo adombri il nostro equilibrio, un po di vendetta.

Perché come ha deliziosamente scritto la nostra ruth

Così pochi di noi hanno l’occasione di commettere un vero omicidio [….] ma pensate alla soddisfazione indiretta di eliminare sulla carta l’uomo che ha avvelenato il vostro gatto o il dentista che vi ha tolto un dente.”

Non è il rifiutare questo sentimento che ci rende eroi.

E dargli voce ma graziosamente dire di no.

E preferire una bella tavoletta al cioccolato.

Magari alla menta.

In perfetto stile british.

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