“La carta da parati” di Charlotte Perkins Gilman. A cura di Ilaria Grossi

Charlotte Perkins Gilman pubblica nel 1892 un racconto breve, ambiguo e inquietante, partendo da un esperienza personale realmente vissuta, la depressione post partum.
La storia è narrata da una donna di cui non conosciamo il nome, ha avuto un bambino e il marito medico John, la porta a trascorrere l’estate in una villa abbandonata.
Lo scopo è quello di fare riposare la moglie, in preda ad un esaurimento nervoso, edulcorato dalle premure di un amore coniugale opprimente.
Viene lasciata sola in una stanza, azzittita ad ogni pianto, contraddetta ogni volta che cerca di esprimere il proprio pensiero o stato d’animo.
E soprattutto le viene vietato di scrivere, perché la scrittura avrebbe peggiorato la situazione.
La donna inizia un monologo nella solitudine della stanza, rapita dall’ossessione di una carta da parati gialla, disturbante, inquietante e nauseante, i cui disegni sembrano avere vita propria, tormentando le sue giornate.

Cosa nasconde la carta da parati gialla?

Tra le righe di questo breve racconto, emerge una chiara denuncia della condizione della donna nel diciannovesimo secolo, un grido soffocato contro l’oppressione sociale che facilmente etichettava le donne “fragili”.
L’unico strumento per potersi difendere era la scrittura, la parola, la libertà di esprimersi contro ogni forma di sorpruso.

Un racconto toccante che racchiude il mondo femminile di un epoca, in cui spesso l’amore mascherava silenzi soffocati.

Buona lettura

Ilaria per Les fleurs du mal blog letterario

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