“Giallo miele” di Enrico Pasini, Edizioni Croce. A cura di Alessandra Micheli

Ognuno dei miei amati lettori sa la mai passione per gli animali.

Tipo i gatti, cosi eleganti, quasi regali con quella loro noncuranza dei drammi del nostro vivere, drammi spesso inesistenti e creati ad hoc da noi, simili a una divinità che troppo sa, troppo conosce per lasciarsi irretire da queste miserie.

O i pipistrelli, dal musetto dolcissimo e nonostante il pregiudizio di un’incredibile utilità a livello ecologico.

E potrei citarne altri, dai più consueti ai più strani.

Ma un altro dettaglio, cosi potrete conoscermi e comprendere anche la mia passione per alcuni generi letterari è riservata al mondo fantastico e magico dell’entomologia.

Che non riguarda la passione per l’alcol ovviamente, a quella per gli insetti.

E questo mi riconferma come uno strano soggetto femminile, poco adatto agli stereotipi e quindi perfettamente in linea con l’immagine di scheggia impazzita che mi porto addosso, da sempre.

Eh si miei adorati.

A me gli insetti piacciono.

Non certo come cibo, non ci sono ancora arrivata, ma mi delizia osservarli, persino turbare la loro quiete e conoscere parecchie cose della loro affascinante vita.

Pensate alle formiche.

Esserini minuscoli dotati di una grande forza.

Ho passato giorni felici della mia infanzia a giocare con loro ( non erano felici al mio pari loro, con questa scassapalle attorno).

E che dire delle odiate blatte?

Loro che forse saranno le uniche a sopravvivere persino a un attacco nucleare!

E gli scarabei?

Tutt’oggi quando vado in montagna, trovo sguardi sconvolti e orripilanti davanti alla mia insana abitudine di tenere in mano un Oryctes nasicornis o un comunissimo, ma simpaticissimo coleottero.

Con buona pace del babbo che si chiede come diavolo gli è nata una figlia stramba come me.

E sapete la cosa incredibile?

Questi meravigliosi insetti sulle mie mani sono tranquilli.

Si lasciano maneggiare, osservare, come se sapessero che io li adoro.

O sono semplicemente rassegnati a essere stressati da me.

Ai posteri l’ardua sentenza.

Insomma, potrei elencarvi ogni specie sottoposta alla mia fastidiosa curiosità. Alla mia voglia di contatto, al mio desiderio di farci amicizia.

Con un coleottero direte voi?

Si embe?

Cosa c’è di strano?

Vi ho mai raccontato di Magda la mantide?

Ma non divaghiamo.

Nel novero delle specie di insetti che venero, adoro e conosco (se non a menadito quasi) esistono loro, le regine, i simboli della regalità, del divino, del sole che rubicondo ci illumina: l’ape.

E non c’è nulla di più rilassante del loro ronzio.

Nulla di più incredibile della loro pelliccia color oro attorno al collo, della figurina morbidamente rotonda, e della perfezione di un alveare.

Per non parlare poi del nettare degli dei, quel miele capace di lenire ogni malanno, di acquietare il cuore in burrasca e di dare energia ai muscoli stanchi. E quindi potevo mai esimermi dal recensire un libro sul miele e le api?Assolutamente no.

Perché vedete, la loro straordinaria organizzazione, armonica, totalmente interconnessa, perfetto esempio della cibernetica weirneiana, può essere abilmente, se uno sa, conosce e sa scriver,e usata per una feroce critica sociale. Proprio cosi.

Se le api dipendono una dall’altra, ognuna ha il suo posto e concorrono ASSIEME ( assieme, che soave parola) al bene dell’intero alveare, non si può certo dire lo stesso dell’uomo.

Colui che, secondo la scienza è alla cima della catena alimentare.

Dotato da dio di ogni comfort mentale e di un intelligenza che lo rende capace di scelta.

Se api, insetti, animali, fauna e flora non fanno altro che percorrere la strada tracciata loro dall’istinto e da Madre natura, noi possiamo invece dire di no. Scegliere di essere altro dal perfetto modello pensato lassù nell’Enneade di dio. Persino stronzi possiamo essere.

Incredibile no?

Se il gatto fa il gatto, con la sua saggezza eterna, e quindi può bearsi del sole caldo e della semplicità di una vita ben definita, l’uomo può andare sempre oltre ogni schema e confine.

Diventare persino un gatto.

Quindi potete capire che il bene comune, simboleggiato dall’arnia diviene l’assoluto a cui tendere, in modo idilliaco e persino utopico.

La città ideale di Campanella o di Moro, a dirla con semplicità.

Ecco che, però, questa capacità di scelta e di andare un po’ fuori dai binari non è sempre usata per la crescita, per sperimentare altro, per innovare e creare.

E’ usata anche, ed è il dramma del libero arbitrio anche per distruggere.

E cosi la chimera dall’alveare, quel meccanismo di autoregolazione in cui equamente ognuno trova la sua importanza, diviene nelle mani del libero arbitrio distorto (distorto non fantasticamente sghembo) soltanto dominazione, manipolazione e desiderio del potere assoluto.

Che non sarà mai assoluto ma soltanto relativo e di cui il magnate sarà soltanto pedina.

Perché una volta datogli vita, cosi come una perfetta egregora, sarà capace di divorare tutto, persino il suo servitore umano.

Ed è questo che accade in giallo miele.

Quel liquido dal colore dorato può divenite, nelle mani sbagliate, veicolo di morte.

Demone della distruzione.

Serva del potere che rende tutti schiavi, burattini o omini di carta.

Pronti a essere sacrificati per il falò del Re sul Trono.

In questa storia di spionaggio ma anche di rivelazioni importanti e a tratti capaci di donare un diverso racconto persino alla propria realtà, è la critica sociale a fare da voce narrante.

E’ il confronto con ciò a cui aspiriamo e ciò che concretamente questo grande soggetto uomo realmente decide di immaginare.

E non è mai, quasi mai l’ideale.

Ma le api hanno resistito secoli.

E non si fanno certo gabbare da questo essere che diventa sempre meno umano e sempre più ombra.

E’ il sole, che l’ape simboleggia da secoli, il sole della giustizia a assicurare che, i turpi piani vengano sgominati.

Che in fondo nessuna nuvola può mai oscurare il nostro sole.

Se è capace di nascere dentro di noi.

Un noir, una spy stories, talmente bella e poetica, talmente ben scritta che arrivare all’ultima pagine è un po’ un piccolo grande dolore.

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