“Tredici giorni al rifugio” di Riccardo Mazzamuto, Eretica edizioni. A cura di Patrizia Baglioni

La poesia è una di quelle rare forme espressive che può parlare di tutto, alla forza del linguaggio si uniscono l’evocazione, il sentimento, l’intensità delle emozioni.

Le più belle poesie parlano di orizzonti infiniti, di amore, di essenza, di natura e anche di guerra.

Sì, la poesia, il codice della bellezza, forse è l’unica candidata a poter parlare con autenticità di conflitto e morte.

Perché il verso entro nel vivo, non sa mentire, è pura espressione.

Struggenti restano gli scarni versi di Ungaretti che ci raccontano la Prima Guerra Mondiale: ci restituiscono immagini chiare e precise di violenza, disperazione e depredazione, perché ogni forma di violenza ruba equilibrio e vitalità al singolo così come alla comunità.

Sarà forse il periodo storico, che quell’orrore descritto dal poeta lo ritroviamo nei testimoni odierni della guerra, che TREDICI GIORNI AL RIFUGIO mi colpisce come un pugno allo stomaco.

Questo poemetto, racconta un episodio accaduto durante il secondo conflitto mondiale, in una località tra Livorno e Castelvecchio, gli sfollati costruiscono un rifugio dove ripararsi in attesa dell’avanzata degli anglo – americani.

La narrazione è fatta di versi liberi di varia lunghezza dove al racconto si alternano immagini di rara potenza: le persone, i loro dolori e soprattutto la paura prendono forma.

Tra tante sensazioni quella che emerge forte è l’apprensione verso un futuro ignoto e pieno di incognite, gli unici sguardi limpidi restano quelli dei bambini, testimonianza viva di fiducia.

il ritorno al rifugio

se dobbiamo morire

moriremo al rifugio

dai campi incolti

vigne uliveti

i miei figli mia moglie

mia nonna – emilia –

e famiglie

l’avevano pensata come noi

noi uomini – tordi

dai turni di guardia

per difenderci

da attacchi

nascosti tra i cespugli

attigui come insetti

armati muti

di bombe a mano

da fucile modello 91

le donne sistemarono

poche vettovaglie

sedie

panche carrozzine

per farvi dormire

i bambini e la magnolia

sembrava spingersi in cielo

con un aereo

da ricognizione da noi

chiamato – la cicogna –

volteggiava

malinconicamente

sulle nostre teste

Scorro i versi e leggo di momenti di vita sospesa dove la morte irrompe con violenza, così come i disagi, la fame e l’epidemia dei pidocchi, in realtà non si vive… si resiste.

Resistenza.

Ecco la parola che ci fa tremare, venire le lacrime agli occhi perché i racconti dei nonni e dei testimoni che la Storia ha conservato, li abbiamo conosciuti e oggi li riconosciamo.

Tutto per la libertà.

viva la libertà

in festa

abbandoniamo il rifugio

lungo le strade

ad accogliere con gioia soldati

che ci avevano liberati

con loro nella piazza

del paese

oltre gli abitanti in festa

partigiani che avevano

operato contro i tedeschi.

Ora il rifugio è ancora là

e vi rimarrà per sempre

a testimoniare ai posteri

che lì soffrirono

e sperarono nella pace

e nella libertà gli abitanti

di castelvecchio

Il rifugio da luogo si trasforma in simbolo di speranza, pace e libertà.

Esso diventa ricordo e monito a non dimenticare, dimostrazione di speranza in una umanità scissa tra bene e male, tra pace e guerra.

Si va avanti e si torna indietro in un percorso senza tregua, la storia ci dimostra impietosa che sa ripetersi e allora ripenso al rifugio, ad una collettività che non si arrende, alla vita che va avanti… nonostante tutto.

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