“Di morte e d’amore. La prima indagine di Fortunata tanatoesteta” di Stefania Crepaldi. A cura di Alessandra Micheli

Quando ho visto chi era l’autrice del libro ho sussurrato “ma siamo scemi?”.

Io devo recensire Stefania Crepaldi?

Ehi siamo su candid camera?

Per chi non lo sapesse è una delle migliori editor in circolazione.

Ha “insegnato” a molti dei miei autori preferiti rendendo i loro libri dei piccoli gioielli.

Quindi si, conosce bene il mestiere del narratore.

E sicuramente il libro lo ama, perché solo chi ama davvero questo ammasso di carta, scrigno di sogni e di promesse può metterci le mani.

Si tratta di entrare dentro l’anima di qualcuno e tentare di far si che la stessa diventi, per dirla alla Rosseau, volontà generale.

E che il libro smetta di essere di qualcuno, creatura autoreferenziale di un determinato momento storico, di un carattere e di una sola volontà e diventare di tutti.

Tutti noi che possiamo ritrovarci e sentirlo un po’ nostro.

Nella solitudine di una stanza, al buio di un dolore, o nel sole brillante di uno scenario da sogno.

Il libro smette di divenire oggetto e diviene voce imperitura, di quelle che riecheggiano sempre nella valle, sfidando i rumori e persino il silenzio.

Ecco io nutro una venerazione per chi è capace di farlo vivere il libro, di farlo nascere e di staccarlo dal cordone ombelicale del suo creatore.

Quindi non mi sentivo davvero in grado di recensire il libro.

Non potevo certo raccontare alla mia maniera, il lavoro di chi le tecniche le conosce a menadito, le ha studiate e apprese.

Anche perché lo ammetto un pregiudizio io lo avevo.

Perché possiamo conoscere tutti i dettagli della narrazione, il plot, lo show don’t tell, ma non versare dentro la carta nessuna lacrima e nessun respiro.

Cosi mi sono messa nel mio angolino preferito, con la mia consueta tazza di succo di mela (non corretto come dicono false voci di corridoio) il gatto ronfante sulle gambe e il reader tremante di attesa, tra le mani.

Ogni volta che leggo è cosi che mi sento.

Tremante, incuriosita, con il sorriso che increspa le labbra, pronta a un ennesimo viaggio, a avere il cuore in sussulto o spezzato.

O semplicemente impermeabile a ogni sensazione.

Mi sento come una bimba davanti al regalo di natale, piena di gioia e di aspettativa e con quel senso di sogno che pervase le membra.

E ho iniziato a leggere.

Con molti pregiudizi lo ammetto.

Perché per me la lettura è sangue e non regole.

E’ amore e passione non plot.

Sono viscere che si contorcono al rintocco di ogni parola.

Sono lacrime che scendono o lacrime trattenute.

E’ il mio non curarmi dell’apparenza per entrare in quell’universo fatto di significati e significanti, di rari fiori brillanti e di tante grotte oscure.

Beh volete davvero sapere cosa è successo?

Che mi sono innamorata subito di Fortunata.

Lei non era solo perfetto personaggio nato da una certa tecnica e dalla capacità cosciente di approfondimento psicologico.

No.

Affatto.

Era una parte dell’anima ancestrale di ogni donna venuta allo scoperto.

Decisa a bussare alla porta del mio io con un messaggio importante da donarmi. Ricca di luce, quella che si agita attraverso le fronde degli alberi e diventa il colore di cui abbiamo bisogno id quel momento, l’arcobaleno adatto a una giornata di tempesta, quelle che terrorizzano con i loro boati e i lampi che squarciano il perfetto cielo.

In questo mondo di apparenza, di sussurri e di pregiudizi, di terrori ancestrali in cui è il burattinaio che decide di muovere i suoi fili, Fortunata è il dato che incrina la superficie, è la stortura che raddrizza i torti, è l’improvviso che rischiare questa atroce nebbia che ci ricorda da troppo tempo.

Fortunata non è affatto l’eroina che ci si aspetta.

Racchiude in un solo viso, nel nome, persino nel suo dono tutto ciò che ci spaventa.

Quel destino scritto dai talenti a cui ci poniamo perché ci sembra quasi di non sver nessuna voce in capitolo.

E’ l’aspirazione acme di ogni emozione, anche se poi non è certo nel sogno scenografico che il mistero della vita si compie, ma è nell’accettarsi cosi come siamo.

Cosi strani, scomodi, sghembi.

E’ il sacrificio del nostro benessere personale per l’equilibrio del tutto.

E’ la giustizia che è spesso un vento lieve, ma costante, incapace di smettere di soffiare con forza.

E cosi mentre Fortunata tenta di scrollarsi di dosso il profumo della morte l’eccezionale mette in scena il suo dramma e chiede a gran voce la sua vendetta. E lo chiamo eccezionale o straordinario ma la sua voce e la sua fisionomia è ben precisa.

E’ quale qualcosa che rende nobile ogni città, la sua storia il suo ethos.

Ma la voce del protagonista certamente non ve la svelo. E fidatevi a raccontare la vicenda, a piangere sulle ferite a arrabbiarsi per la pigrizia di noi umani non è certo Fortunata.

Fortunata è la nemesi che si erge a involontaria protettrice di qualcosa che ancora vive nel fondo di noi e di ogni nostra città..

Ma basta vi ho svelato troppo.

In questo canto che sa di sogno e di realtà la vita, la morte, l’amore e la giustizia decidono di danzare assieme.

E in quel ballo è il male a essere sconfitto stavolta.

In questo ballo in fa diesis stavolta la morte non è da gabbare.

E’ da gabbare la tentazione, l’ingiustizia, l’ingordigia e il malaffare.

Perché morte e vita sono le sorelle cosi come lo sono compassione e rigore.

E sono loro a aprire il cuore di Fortunata e a farla vivere davvero.

Ed è dalla dignità di chi sa accarezzare ogni viso, quello pieno di vita del proprio amante, come quello che riposa all’ombra del cipresso, a riscattare quest’umanità infame.

Che calpesta il suolo senza rispetto ne pietà.

Un libro bellissimo, divertente e poetico.

Un giallo sopraffino, intenso e adrenalinico.

Uno di quegli difficili da dimenticare a cui è impossibile dire addio.

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