“L’affaire. Tutti i gli uomini del caso Dreyfuss” Bompiani. A cura di Alessandra Micheli

Con il caso Dreyfuss i sono scontrata negli anni dei miei studi universitari.

Lo conoscevo già, mi affascinava e al tempo stesso m causava una sana repulsione.

Tutto perché a livello familiare, specie dal ramo materno ho sempre respirato innovazione e liberismo etico.

Non sfrenato come quello che oggi è degradato nelle idee strampalate del capitalismo nato in seno alla scuola di Chicago.

Ma quello che si opponeva all’oscurantismo di una tradizione arenata nel fango dell’opportunismo.

Del resto cosa sono i privilegi se non strada facili per raggiungere obiettivi affatto candidi?

Il privilegio è alieno al talento.

Il privilegio appunto sceglie con canoni che vanno dall’apparenza estetica alla convenienza sociale e politica.

Non è un guadagno, ne un percorso di crescita. Non è conquista.

E’ l’elargizione che uno strano sovrano assiso sul trono concede dall’alto al suo fedele suddito.

Il pegno?

Ovviamente la libertà.

Ecco che in questo contesto infantile e adolescenziale fatto di eroi quotidiani, di richiami a concetti come equità, solidarietà e bene comune, il caso Dreyfuss si manifestò, più tardi in tutto il suo splendore e nel suo orrore.

Lo conoscete tutti immagino no?

Fu il caso politico più eclatante nato in seno a una terza repubblica francesce che iniziava a scontrarsi con una modernità che poco profumava di progresso, tranne la patina dorata della belle epoque.

Un affare capace di dividere un intero paese e di dare un colpo decisivo ai sommovimenti culturali che fiorirono in quel fin de secle e che introdussero, almeno secondo gli esperti, una sorta di amicizia tra l’intellettuale e l’impegno civile.

Che fosse a favore della giustizia o che fosse, al contrario fautori della restaurazione.

Dreyfuss non era altro, ed è qua l’inghippo che un ufficiale di artiglieria ebreo, alsaziano e soprattutto ricco.

Ecco che gli ingredienti per un caso di spionaggio che richiama un po’ una sorta di pregiudizio consolidato in seno alla mentalità europea che richiamava dai meandri della fantasia complotti, attacchi all’unità dello stato e all’integrità della politica, minacciata, come sempre, da spunte interne aventi intenti disgregatori. In sostanza Dreyfuss fu la nuova strega da bruciare al rogo.

Il contesto ovviamente risentiva del disastro causato dalla guerra franco prussiana per arrivare, diritta dritta, alla catastrofe della prima guerra mondiale. E sappiamo cosa poi la storia ci ha regalato: un nemico già pronto, carico di stereotipi che addirittura nati nel medioevo furono rielaborati creando una gabbia da cui, anche oggi è difficile scappare.

La storia poi riparerà i conti e ai posteri sarà chiaro come la vera spia, la spina nel franco della terza repubblica avesse un altro nome e un altra appartenenza ossia il maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy

Ovviamente questo famigerato scandalo è stato usato, quasi esclusivamente per raccontare l’apice di un antisemitismo antico che come rilevò perfettamente Delacampagne aveva molte sfaccettature e tante, troppe eredità.

(Vedere il saggio l’invenzione del razzismo).

Eppure…per qualche astruso motivo ho sempre pensato che, il caso fosse troppo complicato, complesso e intricato per usarlo soltanto come modello per spiegare a cosa possa mai portare pregiudizio e stereotipo.

Troppi elementi lo componevano e non sempre totalmente negativi.

Uno il caso Dreyfuss non fa altro che ammettere come il nostro benamato Carl Schmitt avesse proprio ragione.

In che senso?

Adesso ve lo spiego miei amati lettori.

Lo stato e la sua forma, dittatoriale, autoritaria o soltanto di equilibrio nasce dal bisogno umano di vivere in un contesto non più dilaniato dai contrasti o più realisticamente capace di usare questi contrasti per il bene comune o capace di superarli senza danni aggiuntivi.

Nei momenti di crisi culturale, politica sociale economica tra i “cittadini” si fa pressante la sindrome del disastro ( Fisichella Ndr )e le domande di sicurezza e una sorta d speranza salvifica in qualche eroe dal mantello candido e dal volto orgoglioso.

Ecco che l’orientamento classico definito spesso occidentale, ossia antitetico (bene e male, guerra e pace, stabilità e disequilibrio) quindi il conflitto, appare come l’essenza stessa dalla politica.

Carl Schmitt sottolineò come

il nemico è solo un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente e che si contrappone a un altro raggruppamento dello stesso genere..”

Pertanto, conclude che

la distinzione amico/nemico è immanente in ogni comportamento politico ..e i concetti acquistano significato reale dal fatto che si riferiscono in modo specifico alla possibilità reale del danno fisico”

Ecco che l’affaire sempre nato in senso a un processo che, secondo Schmitt è connaturato all’essenza stessa della polis, riconoscersi in un corpo omogeneo e per farlo ottenere la controparte capace, con la sua minaccia reale o irreale di dare alla prima un volto.

La risoluzione di ogni conflitto partirà, quindi, dalla sostituzione dell’idea dello stato che in quel momento domina e si fa portavoce del bisogno stesso della sua creazione.

Nel caso Dreyfuss ci troviamo di fronte agli elementi considerati, dalla teoria della guerra schmittiana, utili alla nascita della antitetica.

Crisi politica, sociale e economica.

Conflitto esacerbato dalla minaccia reale e o virtuale.

E creazione di una sorta di eggregora da sacrificare per il bene comune.

L’antagonismo di quel secolo diviene quindi il canovaccio su cui si impiantano (lo vediamo oggi) tutti gli altri conflitti.

E diventa endemico e produce effetti disparati, positivi e negativi, che risuonano in modo più o meno potente nelle coscienze dei cittadini, dei protagonisti e delle comparse.

Ecco che non è soltanto il caso emblematico del razzismo di stampo antisemitico, ma diviene conflitto in senso lato capace di produrre effetti disparati e di richiamare a se più di un protagonista.

La necessità quindi, di decifrarlo in un ottica sia macroscopica ( le ripercussioni globali) ma anche microscopica (l’intervento e l’importanza di ogni pedina) fanno diventare il caso una sorta di vademecum utile per comprendere molteplici problemi occidentali.

Non solo il razzismo dunque, ma anche la tendenza a dividere il tutto in parti, il giornalismo manipolatorio.

Le limitazioni della giustizia e il peso che ogni scienza, ogni tecnologia hanno nella creazione del nemico.

Il conflitto non fu soltanto tra idee ma anche tra persone,che rappresentarono, essi stessi proprio questo mondo teorico portato all’estremo.

Si crearono fazioni di deyfysardi ( tra loro si distinse Emile Zola con il suo intervento denominato J’accuse) e gli antidreyfusardi”, partigiani della sua colpevolezza.

Fu storia di errori giudiziari, pesanti e capaci di far dubitare di uno degli elementi costituenti uno stato, ossia la sua capacità appunto di regolare e dirimere i contrasti e i conflitti.

Come ci si può fidare di uno stato che non sa “usare” il suo potere giurisdizionale o che lo mette a servizio di interessi occulti?

Fu storia del primo giornalismo manipolatorio con articoli capaci di istigare e aizzare ampi settori della società francesce.

Fu storia di grandi trasformazioni interiori, di una sorta di ripensamento degli assunti stessi della società.

Fu storia socialista perché come disse la grande Rosa Luxemburg fu capace di

diffondere rapidamente più coscienza socialista di quanta se ne sarebbe potuta sviluppare in molti anni di propaganda teorica”.

Fu, soprattutto, storia di uomini diversi, uomini con proprie motivazioni nobili e meno nobili, uomini incapaci o uomini che desideravano un mondo diverso. Idealisti o soltanto familiari in lacrime.

Storie di dolore e di privazioni, di picchi altissimi di civiltà e di crolli nell’abisso più oscuro.

In questo straordinario libro, Triellini non racconta solo in modo arido e accademico qualcosa che dobbiamo sapere.

Ci fa entrare nel cuore della vicenda, la fa rivivere e ci regala una storia che finalmente esce dalle polverose biblioteca, dai salotti privati e torna ad appartenere a tutti noi, a tutti i suoi figli.

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,

siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.

La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.

La storia siamo noi,

siamo noi queste onde nel mare,

questo rumore che rompe il silenzio,

questo silenzio così duro da raccontare.

la storia entra dentro le stanze, le brucia, la storia dà torto e dà ragione.

La storia siamo noi,

siamo noi che scriviamo le lettere,

siamo noi che abbiamo tutto da vincere

e tutto da perdere.

E poi la gente (perché è la gente che fa la storia)

quando si tratta di scegliere e di andare,

te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,

che sanno benissimo cosa fare.

Quelli che hanno letto milioni di libri

e quelli che non sanno nemmeno parlare,

ed è per questo che la storia dà i brividi,

perché nessuno la può fermare.

La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,

siamo noi, bella ciao, che partiamo.

La storia non ha nascondigli,

la storia non passa la mano.

La storia siamo noi,

siamo noi questo piatto di grano.

Francesco De Gregori

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