La rubrica cinema e parole presenta “Startup K-Drama. ” A cura di Aurora Stella

Se qualche mese fa qualcuno mi avesse detto che sarei finita vittima dei Drama Coreani, lo avrei preso a calci nel fondoschiena.

Io?

Quella che scrive di serial killer che si fanno bottoni delle giacche utilizzando i capezzoli delle vittime?

Ma per favore.

Io che sbeffeggio la letteratura romantica chiamandola reumatica, che sono rimasta ferma (a livello cinematografico) a Dirty Dancing o Pretty Woman?

Ma andiamo.

Poi però ho visto Parassite, Squid Game e mi sono lasciata convincere a vedere anche un Drama, pensando che, al massimo, lo avrei ripudiato dopo la prima puntata.

E invece…

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse …e i coreani che lo hanno reinterpretato in un drama che avrebbe dovuto essere un parente delle telenovelas che mia madre guardava quando ero una ragazzina. Un qualcosa di tranquillo come Anche i ricchi piangono o Andrea Celeste, per capirci. Un qualcosa che io di solito riassumo con un cinico “ Io non c’ho che te, tu non c’hai che me, non c’avemo un granché…”

Chi si aspettava una reinterpretazione di Cyrano de Bergerac?

Non ricordate questa splendida opera? E se vi dicessi

Ma poi cos’è un bacio? (…)

Un apostrofo rosa messo tra le parole t’amo.”

Lo ricordereste? Chi è che non ha mai scritto questa frase sul diario di un’amica?

Tra il Principe Azzurro e Cyrano non ho dubbi: sceglierei quest’ultimo. Vuoi perché come carattere è un bell’attaccabrighe, vuoi perché sopperisce con tremila altri talenti il difetto di non essere bello, vuoi perché, alla fin fine è un bravo ragazzo.

E io, spietata psicopatica che distrugge interi pianeti creando mostri, incubi e alieni, amante degli shonen manga, delle botte, pugni ed esplosioni, mi sono fatta incantare dal Cyrano Coreano di turno che, non a caso, è soprannominato bravo ragazzo dall’unico personaggio (una nonna adottiva) che riesce a cogliere quel lato sensibile, dietro una scorza di durezza costruita per impedire al mondo di uccidere una personalità gentile. Uso la parola gentile la cui etimologia affonda le origini nella parola latina gens, cioè nobile.

Perché Cyrano, che qui si chiama Han Ji-pyeong, pur essendo un orfano si rivelerà davvero nobile, nonostante il rischio di scivolare fosse dietro l’angolo.

Chi si aspettava di trovare un guerriero dall’animo nobile in un ambiente apparentemente tranquillo come quello della finanza delle startup? (che in realtà, di tranquillo, non hanno proprio un bel niente).

Ultimo ma non ultimo, i coreani hanno giocato anche sporco mettendo un Cyrano non solo bravo, ma anche bello, costringendomi tutto il tempo a fare il tifo per lui al punto che sarei volentieri entrata nel televisore a prenderlo a cazzotti urlandogli in faccia “Stupido, quand’è che ti riveli?”

Per fortuna siamo in un drama e non in un dramma e non ci saranno morti, catastrofi e piaghe di vario genere e se deciderete di guardarlo il novanta per cento di voi preferirà il Cristiano di turno (rivale e amico di Cyrano)

Non vi svelerò chi tra questi due rivali l’avrà vinta, ma vi dico che la protagonista, in ogni caso, cadrà in piedi anche perché, c’è da dirlo? Nella modernizzazione del personaggio, Cristiano lo hanno reinventato come Nerd sfigato, la cui metamorfosi lo porterà da bruco a farfalla. Quindi sarà altrettanto bello, buono , intelligente (uffa!)

Per il resto

Un’accademia, dei cadetti, il mentore impacciato di un imbranato e inconsapevole protagonista, amicizia, odio, gioco di squadra… Le ombre e luci del panorama delle startup, una società che non ha pietà per chi non sa o non può combattere. L’ennesimo spaccato di un posto civile, di una nazione che si è liberato dall’oppressione del Giappone con la fine della Seconda guerra mondiale, ma che continua (nella lingua e nei costumi) a esserne influenzato, una successiva guerra a pochi anni di distanza (1950-1953), l’inizio di un boom economico, l’incontro scontro tra tradizione e innovazione…

e al fin della licenza io tocco.

E meno male che doveva essere solo una telenovelas orientale.

Per compensare l’attacco di diabete che mi sono fatta venire, (ogni puntata dura un’ora e mezza e sono sedici e io l’ho finita in tre nottate), le ore di sonno che ho perso perché dovevo assolutamente sapere cosa accadeva nella puntata successiva, sto recuperando con uno psico-drama pieno di serial killer. Almeno è un ambiente che conosco.

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