Blog tour “Il dipinto” di Roberto Zaupa, Algra editore. Il delitto come specchio dei vizi, delle virtu e delle contraddizioni della società contemporanea. A cura di Alessandra Micheli

Ogni volta che qualcuno sbircia nel mio reader rimane totalmente di stucco: pieno zeppo di gialli, di thriller anche cruenti e di saggi sui serial killer.

Nel migliore dei casi mi guarda con compassione.

Nel peggiore con sospetto.

Come mai una ragazza, una donna, un anziana, catalogata come cittadina proba e onesta si diletta a viaggiare nell’oscuro mondo del crimine?

Ed è scontata la fase seguente, la domanda delle domande.

Perché sei affascinata dal delitto e dalla violenza.

Ed è qua che l’interlocutore afflitto e esterrefatto si sbaglia.

Non sono attratta affatto ne dalla brutalità del gesto criminoso ne dalla sua descrizione.

Ne sono affascinata dalla figure del serial killer, ne dal marcio della società.

Mi terrorizza.

E’ la mia paura più grande, è il terrore che a volte mi tiene sveglia.

E’ il mio “dissennatore”.

Se la figura potteriana fosse reale, essa si trasformerebbe in Jack the ripper …con il mio volto.

La mia più grande angoscia riguarda proprio questo aspetto: che tutti siamo in bilico sopra la follia.

Se fosse vero, e ne sono sicura che l’ombra prende la forma del nutrimento mentale che gli diamo, ciò significa che può diventare lupo o belva feroce.

In sostanza, sono convinta davvero che se guardi troppo a lungo l’abisso esso poi si nutre di te fino a farri diventare suo schiavo.

Capite ora perché esorcizzo tale paura con la lettura?

Leggere, studiare, interrogarmi su cosa rende una persona apparentemente normale un seria killer o lo spinge a compiere il peggiore degli atti umani togliere la vita a qualcuno per scopi che tutto hanno a che fare con la finalità cosciente.

Uccidere, lo ha ben descritto la Rowling, spezza l’anima.

E un anima spezzata è un abominio.

Perché tutti noi conosciamo e apprezziamo la forza incredibile di un anima integra, che affronta senza che esso la modelli, dolore, rabbia e perdita.

Cosa, dunque, rende un essere umano un criminale?

Le risposte sono tante e diverse.

E tanti, troppi intellettuali si sono fatti la stessa mia domanda senza riuscire a trovare, forse, una risposta soddisfacente.

Addirittura il buon De Quincey, propose che a spingere verso l’omicidio fosse una narcisistica forma di ossessione estetica.

Tanto che definì in modo molto provocatorio, il delitto come una delle belle arti. E’ come se il narcisismo vanesio, portato all’estremo in un parossismo di schizofrenica ricerca della perfezione, spingesse un uomo a diventare un demiurgo e creare la sua opera d’arte maggiore, manipolando un altro essere umano fino a spersonalizzarlo e renderlo solo un oggetto.

Sul valore estetico di un omicidio cruento, tuttavia, ci sarebbe molto da dire.

E in questo campo entrano le patologie della mente che rendono la percezione di un soggetto in preda alle ossessioni completamente alieno dalla morale, dall’etica e dai valori comuni.

Se per me bello è il tramonto sui tetti di San Pietro, in una visione distorta il bello è un corpo martoriato, perché da quel martirio provocato da una mano umana esiste una sorta di delirio di onnipotenza.

Ecco che l’estetica diviene non una fruizione, ma una sorta di “creazione” che combacia spesso con la distruzione.

Mentre ci piace osservare in modo partecipe ma con il limite la bellezza, alcuni devo crearla compiendo un atto consapevole che cambia totalmente lo scenario esistente.

Una tela viene “violata” dal pennello e dai nostri colori.

Una pagina viene pugnalata dall’inchiostro.

Ma questi sono i casi normali in cui la forza creativa trova uno sbocco.

Esistono però, momenti in cui le normali sentinelle che segnalano il limite tra umanità e orrore vengono annichilite, è il corpo umano a venir violato dall’assassina mano.

Terribile.

Orribile.

Perché è quello il tasto dolente: esiste un punto di non ritorno in cui ogni guardiano della soglia, colui che ci separa o che gestisce l’ombra, viene annientato.

E una volta infranto il veto nulla ci può fermare.

Dicono che in alcuni istanti, in alcuni scenari, può capitare che l’uomo lasciato libero di infrangere le regole, riesca uccidere la sua umanità senza poter più poter tornare indietro.

Una volta attraversata la soglia scatta qualcosa e la violenza è libera di scorrere. L’altro non esiste più proprio perché si è uccisa la compassione.

Succede a tutti? Siamo tutti a rischio?

O è l’educazione, il modo con cui veniamo socializzati a formare il criminale?

Questi sono quesiti che la scienza ha cercato di risolvere, insicurezze a cui ha tentato di dare certezze.

Ci ha provato con gli studi Lombroso.

Era moto rassicurante, in fondo, pensare che, qualcosa di genetico potesse decretare l’inclinazione di un uomo.

Che fosse una certa circonferenza del cranio, un particolare elemento facciale o addirittura una tara genetica.

Dal viso si può comprendere il bene e il male, si diceva.

Finché anche questa strada è stata abbandonata del tutto.

Certo, grazie allo studio della postura, dei movimenti del volto è nata una branca importantissima della criminologia che studia, appunto la comunicazione non verbale.

Che non è altro che la capacità di riuscire a identificare segnali indicativi di menzogna attraverso le manifestazioni emozionali.

Quindi in fondo nessuno studio è davvero inutile.

Ma la domanda resta: è l’ambiente, la famiglia, le esperienze di lutto o di dolore a formarci e a decretare la scelta verso, fatemelo dire in modo romantico, la luce o l’ombra?

Ed eccoci al fulcro di questo mio intervento. Nelle note biografiche di Roberto Zaupa si legge

“Nelle sue opere il delitto è solo un’occasione per descrivere vizi, virtù, contraddizioni e speranze della società contemporanea”

Per l’autore e lo illustra con la sua crudele penna nel tratteggiare tutto l’iter della storia, senza ne vincitori ne vinti, senza ne santi ne peccatori in un mondo grigio e caliginoso, il delitto non è altro che una conseguenza nefasta di un certo modo di concepire la società.

E’ il ribaltamento del concetto antico, il delitto non è la conseguenza di una cesura posta nell’animo umano che quindi ha conseguenze sul suo approccio al reale.

Ma è, al contrario il reale che si mostra, dominandolo, in tutta la sua ferocia.

E torniamo allora al discorso junghiano in cui l’ombra assume la forma della mano che viene nutrita.

Continuando l’indagine del discorso che permea tutto il libro si potrebbe chiamare in causa Bateson e i suoi studi sulla percezione e sull’interpretazione della realtà.

Se questa è improntata su un livello di schismogenesi (intendendo con questo termine quell’insieme di interazioni tra individui o gruppi che dà origine a divisioni tra i gruppi o gli individui stessi) avrà come conseguenza il tentativo di ogni partecipante al gioco, di raggiungere l’acme di ogni situazione creando cosi uno scenario potenzialmente esplosivo.

E adesso aggiungiamo a questo la sua teoria del doppio vincolo.

Ma cosa è mai il doppio vincolo?

La teoria del doppio vincolo o doppio legame sottolinea ed evidenzia come all’interno della relazione emotivamente significativa ci si possa trovare in situazioni che sembrano essere senza via di uscita.

Questi momenti, queste contingenze, trovano il soggetto costretto a scegliere tra due opportunità reciprocamente invalidanti e in cui i messaggi possono essere contraddittori poiché abbracciano differenti livelli comunicativi che si danneggiano poiché risultanti, a livello di linguaggio, antitetici.

Ecco che possiamo comprendere come, in realtà, un essere umano soggetto a un sistema che incita alla competitività che lo fa dibattere tra valori opposti (prendiamo Mara divisa tra la meritocrazia e la convinzione della necessità delle scappatoie) scatena una serie di interazioni nocive che portano a una vera e propria escalation.

Un escalation che non potrà mai avere davvero conseguenze di conservazione del sistema che comprende uomo e ambiente, mettendoli uno contro l’altro.

In conclusione, è l’ambiente che determina il criminale e decide il finale di sangue?

O c’entra la genetica?

La risposta è e deve restare duplice.

Sicuramente nei gialli, nei thriller e nei noir questo è l’aspetto che va affrontato: ossia il modo con cui il sistema reagisce alla sua lacerazione portando allo scoperto, purtroppo i vizi e le virtù.

Quindi “crescere” soggetti in un ambiente corrosivo e malsano può determinare un escalation di violenza.

Ma non sempre questo binomio verrà soddisfatto.

Non tutti i soggetti immersi in un mondo schismogenetico o pregno di doppi vinicoli avrà un finale di sangue.

Magari li è la genetica, la resilienza a salvarci.

In ogni caso, da questa lettura emergerà un fattore importante ossia che un ambiente sano, un ambiente in cui i rapporti sono improntati sulla cooperazione, sul dialogo e sulla crescita produrrà sempre meno abissi tentacolari.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...