“Il riso della manticora” di Marco Daniele, Bertoni editore. A cura di Patrizia Baglioni

La manticora è una creatura mitica con testa umana, corpo di leone e coda di scorpione, simile a una chimera e a quanto pare… sa anche ridere.

No, la recensione di oggi non riguarda un saggio sulla cultura epica antica, ma è relativa a una raccolta di poesia, e non è solo il titolo a sorprenderci, ma l’attinenza.

Marco Daniele con abilità sbaraglia il lettore, con versi colloquiali e diretti lo interroga e si rivolge direttamente a lui, lo coinvolge subito con le immagini della nostalgia per l’infanzia e con l’odore delle cose perdute.

L’ODORE DELLE COSE PERDUTE

L’odore delle cose perdute

sa di libro sfogliato per la prima volta,

di caldi pomeriggi nell’erba alta

e di plastilina nelle dita

grassocce di un Prometeo decenne,

sa di armate di chiocciole dopo la pioggia,

di zolfo bruciato l’ultima notte dell’anno

e di colla vinilica e glitter e cartoncini,

sa di snack fuori commercio da un decennio,

di scolorina a coprire gli orrori grammaticali

e di respiri invernali di zucchero filato,

sa di rocche malferme di sabbia umidiccia,

di grembiuli appena stirati

e di coriandoli lisciati dal vento.

In questa raccolta il salto da una dimensione all’altra è usuale, dalle stanze della casa si passa all’universo, al fascino che esercita sull’uomo, al mistero alieno, e alla possibilità di interrogarsi su “il coniglio lunare che mi guarda da lassù”.

La manticora, vera e metafora di vita assume senso, e veramente ci sembra di sentire il suo riso.

Il nirvana, la pace dei sensi è spesso invocata, provata e turbata dalle bassezze dell’uomo che trovano dimostrazione quotidiana e devastano l’animo del poeta, denunciata è l’hubris di un uomo bestiale, arrogante che conosce solo il linguaggio della violenza, dell’egoismo e della devastazione.

Sollevarsi è complicato e appigliarsi alla fede sarebbe auspicabile ma più si cerca Dio, più sembra essere scomparso, “dilaniato da un buco nero”.

Rievocati sono spesso gli episodi tragici della storia umana come l’olocausto e la guerra che sembra essere stata archiviata in una scheda della memoria, lontana eppure vicina.

LA GUERRA LONTANA,

LA GUERRA VICINA

Lontano lontano

nevica cenere rappresa

e nubifragi di bombe

ma tutto succede sul fondo

di un televisore piatto

e non ti tocca.

Quei cieli vischiosi di morte

non sono i tuoi cieli,

sono di un altro mondo alieno

che vedi in tempo reale.

Negli schermi in HD

tutto sembra più vero

della ciotola di popcorn che stringi

in mano, ma non ti riguarda,

succede lontano lontano.

La critica sociale è sempre presente nei componimenti, struggente è la descrizione di un Mezzogiorno che è piovra di malavita, è fiaccola della legalità, che vive il suo martirio, che è il lavoro che non si trova e che purtroppo si definisce in modo tragico e sintetico “occasione mancata”.

Qui il sentimento del poeta si intensifica, toccato nel vivo delle sue radici, eppure nonostante tutto, la speranza trova sempre spazio tra i versi e si identifica nella vita stessa.

VITA

S’apre una crepa

nel grigio del cemento:

e sgorga il verde.

Grazie a Marco Daniele e a Bertoni Editore per questa raccolta che scuote il lettore, lo lascia desto e lo porta a riflettere attraverso l’incanto che come sempre la poesia crea.

Perché non mi stancherò mai di ripeterlo: la poesia accarezza e cura.

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