Review party “La moglie del serial killer” di Alice Hunter, Newton Compton. A cura di Alessandra Micheli

Che thriller ragazzi miei!

E ve lo dice una persona che, in genere, preferisce alla tensione psicologica l’immaginario macabro tipico di certi libri thriller “splatter”.

Questo perché è dalla scena, e dalle azioni orribili del serial killer di turno che io metto alla prova la mia capacità deduttiva.

Del resto omicida e scena sono intrinsecamente legati ed è dai dettagli che possiamo trovare la firma del killer.

E io ho proprio bisogno di scovarlo il mostro, per esorcizzarlo e per mettere a tacere le mie più recondite paure: quella che mettono a rischio un po’ tutti noi, sospesi su un filo affacciato sull’abisso.

Il thriller psicologico è invece molto più sottile.

E spesso non si risolve in una mera differenziazione tra vittima e carnefice.

Se la follia diviene difficile da arginare e prevedere, le azioni delittuose sono nette e precisa.

Esiste una vittima, un movente, e un colpevole.

Sta a noi provare a stanarlo.

In questo caso, invece, sono legami improntati dall’apparenza, che celano in se uno o più sfumate che rendono impossibile definire i confini, stabilire i limiti del lecito e dell’illecito e dare a ciascuno il suo ruolo precluso.

La moglie del serial killer ci mette, dunque più alla prova in quanto il suo ruolo è talmente in bilico che non si capirà mai davvero il confine tra la verità e la menzogna.

Una donna normale, in un sobborgo idilliaco, in uno degli scenari meravigliosi che ci offre un Inghilterra in cerca del proprio riscatto.

Fatto di sapori antichi, di condivisione, di poca libertà forse, ma di tanta solidarietà tra cittadini.

I Costwolds sono in fondo il sogno irrealizzabile di chi soffre in maniera profonda l’alienazione e l’anonimato offerto dalla grande città.

Nei villaggi non ci sono più alibi.

Tutto sotto gli occhi di tutti, può essere e lo è sempre un arma a doppio taglio.

Il lato positivo è che non ci si sente soli e abbandonati.

Ma quello stesso lato positivo ha la sua facciata oscura che si ritrova nella doverosa divisione tra pubblico e privato.

In un villaggio non c’è posto per il disordine o il caso, che viene avvertito come minaccioso e perturbante.

Tutti devono camminare nei perfetti ranghi, ognuno con il suo ruolo e la maschera stressa a se.

Senza possibilità di eccessi o di originalità.

E questo se può essere rassicurante da un vero, dall’altro diventa ancora più estraniante di essere solo un numero capace di camminare in una strada affollata.

Non sei più un numero nel villaggio.

Sei solo un ruolo.

E non so cosa sia peggio davvero.

E’ da questa continua ansia di “prestazione” questa consapevolezza della necessità, assoluta, di integrarsi che rischia di creare altrettanti mostri, non puoi scappare, trovare alternative, essere anche soltanto tacciato di originalità.

Ora, immaginate cosa accade quando ogni sforzo viene messo in discussione dalla più atroce delle scoperte: la vita perfetta non è perfetta affatto.

Il marito tanto desiderato si rivela..un mostro.

Un uomo che ha ucciso e sopratutto ha provato piacere nel farlo.

E tu, moglie e compagna sei additata non solo come vittima ma anche con il sospetto che pende come una spada di Damocle su di te ossia complice.

Come può, infatti, non sapere?

Come si può non avvertire il male, visto che abita nella tua stessa casa?

La moglie del serial killer diviene a sua volta sospettata.

Di aver taciuto per vigliaccheria.

Di aver protetto la sua comfort Zone.

Non solo vittima ma anche rea di ignavia.

Tutto si distorce alla luce dell’orrore dell’omicidio seriale.

E i segreti emergono come vermi striscianti mettendo sempre di più a repentaglio una tranquillità apparente.

Chi è davvero Tom?

Ma sopratutto…chi si nasconde dietro la fragilità di sua moglie Beth?

Paura?

Vigliaccheria?

È davvero possibile che lei, la dolce metà, che millanta una complicità perfetta non sapesse proprio nulla?

Con un ritmo claustrofobico, incalzate e a tratti ossessivo la Hunter ci porta dentro una storia di follia dai contorni sfumati, che ci scioccheranno, ci sconvolgeranno fino all’ultima battuta finale, che rivelerà il picco più alto di malvagità.

Fino a che essa stessa non rimarrà incollata alla tua pelle, e difficilmente potrà essere lavata via dalla limpidezza della verità.

Perfetto.

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