“Linfa di farfalla” di Yali Ou Ametistha, IDEA. Immagina di Essere altro. A cura di Alessandra Micheli

Con te è iniziata quest’avventura e con te finisce..

queste sono le parole impressa a fuoco, con una grazia rara sulla mia copia di Linfa di farfalla.

Ed è vero.

Abbiamo iniziato tra sospiri e tentennamenti, animate da una insana volontà di trovare un posto in questa vita.

O almeno provarci.

E’ nata da un bisogno, quello di comunicare un qualcosa che era ancora nebuloso in noi, in me e Yalitha, in me e forse Yali, ma che nasceva dalla caverna profonda del nostro io.

E sapevamo tutte e tre di essere diverse, forse aliene e affatto capaci di adattarci a un mondo che avvertivamo gretto, privo di eleganza, leggiadria e fantasia.

E’ inizia cosi, con un libro che racchiudeva un po’ l’essenza di anime rinchiuse in un bozzolo, desiderose di imparare a conoscersi eppure refrattarie al bagliore di quella luce.

Perché conoscersi significava anche guarda nell’interno di se stessi, accettare che la bellezza è anche oscurità e imperfezione e sopratutto.

Prendere nelle mani stese e timorose, la responsabilità di ogni dono.

Anche di quelli meno luccicanti.

Leggere Linfa di farfalla non è stato affatto facile.

E’ costato ogni grammo del mio coraggio.

Perché sapevo che lasciarla, lasciare quello strano e sfumato personaggio, concreto e al tempo stesso evanescente significava accettare me stessa e il mio di cambiamento.

Accettare un po’ lo stesso dono oscuro che è stato fatto dal suo sire.

Diverso forse.

Perché se io non assorbo sangue, purpurea scia che cade dalla mia bocca, mi nutro lo stesso di vita altrui.

Mi nutro di parole.

Mi nutro dell’anima di uno scrittore.

Ne ho bisogno per rigenerarmi.

Per continuare a sognare e uscire dalla mia vita rinsecchita, adagiata pigramente su se stessa.

Rinchiusa in una prigione fatta di ragnatele e di rimpianti.

Di se e di ma.

Destinata la matrimonio con il grigiore di una vita standardizzata.

Condannata alla banalità di un esistenza resa reale privandola di ogni afflato di bizzarria e di creatività.

Uscire fuori da quelle stanze stantie e raggrinzite significa avere un coraggio fole e brutale.

Significa avere la brama di esistere, non per meriti altrui, non dipendendo da chissà quale emozioni esterne.

Io, come Yalihta e forse come Yali, di vita, di consapevolezza ero affamata.

Tanto che lo stesso personaggio uscendo dalle pagine ha iniziato a possedere ogni angolo del mio spirito, fino a che Alessandra e Yalitha si sono confuse.

E sono rimaste li in sospeso, cosi come in sospeso era rimasta la sua di storia. Aspettando, con un sorriso, una fine lontana, ma senza mai volerla davvero.

E la storia però ha bisogno di questa parola fine, parola che odiamo, ma che ci serve per raccoglierci e rimetterci in piedi, per recuperare i pezzi sparsi di ogni esperienze e accettare la forma che hanno scelto di essere.

Padrone si, di un destino ma la tempo stesso coscienti di una forza che va persino oltre ai nostri desideri.

Seppur tracciata da un noi che abita nelle regioni infere di un io che ha poca autorità su il nostro diurno cosciente.

Yalitha a un certo punto deve scoprire verità celate dal velo della notte. Accettare il dono oscuro, che non è certo quello di essere un immortale.

Cosi come la mia di anima, accetterà piangendo di rimpianto, il suo di dono. Viviamo di vite altrui.

Ci nutriamo di ricordi e emozioni.

Ci nutriamo partendo da un bisogno primordiale, di immagini che sono nostre e al tempo stesso appartengono a altri.

Ma che risucchiamo dentro di noi per poter ridare luce a un anima avvizzita dal sole cocente di un giorno ingannevole.

Yalitha dominerà sulla sua esistenza, scrivendo la sua storia in un modo che sarà ancora più ribelle persino di chi sfida le leggi del mondo reale.

Sarà il vampiro che invece di notte tetra avrà il suo sudario candido intessuto di farfalle e rose.

Quelle dal profumo antico ma ancora dolciastro.

Sarà al limite tra morte e trasformazione.

Perché il suo essere dannata è invece una vera resurrezione.

Yalitha sarà una divinità della terra, sarà lei, la regina del cambiamento.

Sarà colei che non avrà mai più paura di perdersi perché apparterrà al tutto.

E per farlo, un questo viaggio delicato e crudele dovrà uccidere ogni briciola di umanità per divenire altro.

Per rispondere non alle leggi degli umani, ma a quelle delle anime imperiture che abitano i cieli e gli inferi.

E come la Dea Yalitha anche io dovrò accettare la mia alterità, dovrò accettare quel dono oscuro che trae energia dalle parole, che le frantuma, le cuoce al forno del divino e ne fa diventare pane da offrire al convitto degli dei.

Che non le crea, ma le assorde, rendendo il sacrifico dell’altro un vero atto sacrale.

E cosi quando arrivo all’ultima pagine, con quella parole fine che taglia in due il mio core, che lo spezza e che fa scendere gocce vermiglie sulla spaccatura, sa che è ora di dire addio a Yalitha.

E di iniziare a prendere il suo esempio. Lasciare che il destino che le appartiene, che si è scelta e mai subita possa compiersi.

Possa sbocciare la linfa di farfalla dentro di se, veleno e miele.

Incanto e maledizione.

Per questo libro non posso non usare parole rubate dal giardino dell’altrove.

Per omaggiare non solo il regalo che in questi anni ha dato alla mia anima, ma anche quell’eleganza, la raffinatezza di una lingua che in questo libro viene finalmente omaggiata, quella perfezione inarrivabile che questa narratrice ha regalato a tutti noi.

Però mi mancherai.

Senza di te non avrò più la dolcezza dell’attesa a allietare questi lunghi giorni di tedio, sterili e sempre uguali.

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