“La vicinanza della primula” Subhaga Gaetano Failla, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Non è affatto facile recensire dei racconti.

Uno perché si rischia di svelarli tutti e di togliere al lettore il piacere di scoprirli e di scegliere, sopratutto, come leggerli.

Se come una sorta di mero godimento estetico.

O con l’attenzione incentrata sulla tecnica che necessariamente, per la forma del testo, un autore deve poter usare.

Poiché per rendere al meglio la scena senza spendere troppe parole (altrimenti non sarebbe un racconto) ci si avvale per forza di cose alle raffinate forme retoriche.

Che arricchiscono e esaltano la meraviglia, tutta apparente, dell’esercizio di scrittura.

Oppure qualcun’altro cerca un filo conduttore.

Che magari esiste davvero ma che spesso dipende dalla forma mentis e da una scelta che rende la semantica un elaborato e ricco metodo epistemologico.

Nel significato, nella scelta persino del passaggio preferito, ci siamo noi, con il nostro ethos, i valori, la morale e persino i pensieri.

Sia quelli consci che inconsci, con la volontà di essere compresi da una comunicazione affine e persino con il bisogno di essere descritti dalla quantità di rumore che immettiamo nell’informazione.

E in questo caso, nella letteratura il rumore non è altro che un modo diverso e più tecnico di definire l’ombra junghiana.

Pertanto, in questi 14 racconti, non ho scelto (che novità) di parlare di tecnica o di narratologia.

Non perché non ne sia capace.

Ma perché l’essenza del libro parla, in fondo, un po’ di me, del mio complicato mondo interiore e persino delle mie credenze religiose.

Eh si miei amati lettori.

Anche la vostra Ale a suo modo è religiosa.

Solo che il suo senso del sacro si sposa più con la fisica quantistica e con il terribile mondo dello gnosticismo.

Ho scelto apposta il termine terribile perché ogni regione di confine tra sonno ev veglia, tra sacro e profano, quel velo che separa, ma non nettamente, i due universi pleroma e creatura, è degno di riverenze e di rispetto.

Terribili est locus iste non è ne una minaccia, ne un avvertimento.

E’ una constatazione.

Terribile qua è scritto in latino poiché significa anche straordinariamente intenso, tale da atterrire.

Suscitare quindi un senso di vertigine, di disagio davanti a una magnificenza che ci rende infinitamente piccoli e miseri.

E in un certo senso questo testo è il locus terribili che diviene dimora del sacro e porta del cielo.

Ogni libro può trasportatovi altrove.

Un altrove fatto di bruma caliginosa e di meraviglie indicibili.

Di sogni che atterriscono e ti rendono consapevole dell’infinito più grande che ti contiene e al tempo stesso ti sovrasta.

E’ una mancanza di fiato liberatoria.

Non ci sei più tu, microbo convinto di essere al centro del mondo.

Il meraviglioso essere creato dal respiro di dio posto a dominio su ogni cosa.

Ti rendi conto di essere un piccolo tassello di un progetto più ampio.

Di essere un legame del tutto, un filo nell’immensa rete del sogno di Dio.

E questa rete ha senso, significato e importanza solo se si guarda, dall’alto, la ragnatela.

Ecco il senso di ogni vera religione.

Di ogni filosofia sacra e persino della scienza quantistica o dell’epistemologia batesoniana.

Tanto che, il mio amato Gregory è riportato con uno dei suo meravigliosi aforismi proprio sul mio racconto preferito (ohibò che coincidenza) e che da il titolo proprio alla raccolta: la vicinanza della primula.

Quale struttura connette il granchio con l’aragosta

l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me?

E me con voi?

Ve lo svelano i racconti.

E’ la mente.

Una mente senziente che ha creato un glorioso mosaico, un mandala perfetto in cui ognuno richiama in piccolo l’altro.

In cui il microcosmo è immagine rimpicciolita del macrocosmo.

In cui la veglia e il sogno si interscambiano.

In cui spesso le anime immagini di quella mente più grande, giacciono addormentate in bare di cristallo.

E a risvegliarle sono piccoli elementi, come un profumo di zagara, una primula, cosi come i grandi avvenimenti come un viaggio interstellare, cosmico o una strana nube.

Ecco che dal più piccolo al più grande la Mente del Dio Eco inizia a agire.

E ha come obiettivo quello di renderci consapevoli di una strana natura che non è più umana ne fisica ma mentale.

Noi siamo energia.

La stessa che dai neuroni arriva a dare forze e movimento a un ammasso id organi che iniziano a dipendere uno dall’altro.

Noi siamo l’immagine di quel progetto, di quel mosaico e lo è tutta la creazione.

Ecco perché la realtà, cosi come la vediamo noi, non è altro che percezione.

Ogni oggetto, ogni soggetto si crea dalla mente che è collegata con il macrocosmo.

E tutti noi quando ci svegliamo sappiamo che..non esistiamo.

Non esistiamo con i nostri nomi, con i confini, con l’immagine che proiettiamo.

Esistiamo solo in senso più ampio.

Come lacrime di dio, come vento e come respiro.

Ecco che la primula entra in noi e prende il nostro nome.

E noi diventiamo la primula.

In ognuno dei 14 racconti è spesso in modo tragico (perché il risveglio non è mai piacevole) o in modo soave proprio questo momenti di illuminazione.

Quando dal nostro coloro, cada il simbolo di quella maledizione che non ci fa sentire più parte di qualcosa.

Cosi come accade al marinaio di Coleridge.

Solo quando arriva il momento di aprire gli occhi, forse arriva laa nostra vera essenza.

E torna il nostro vero nome.

Questo mare

sfumature rosse e viola si uniscono tra Oceano e cielo in un interminabile tramonto.

E’ forse un sogno, una visione del dormiveglia o l’indicibile realtà.

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