“Il killer del loto” di Marco De Fazi, Porto Seguro Editore. A cura di Alessia Bertini

La vendetta non è mai una strada dritta. È una foresta. E in una foresta è facile smarrirsi. Non sai dove sei, né da dove sei partito.”

Hattori Hanzō, Kill Bill Vol.1

Clay Stone è un abitudinario: concedersi un bagel al chioschetto di Bill, al termine della sua corsa mattutina di fronte al piccolo hotel di Nicollet Island, è come un rito.

La decisione di abitare in un isolotto circondato dalle acque del Mississippi, ad un passo da Minneapolis, è una svolta (un’inversione contromano, oserei dire) verso la nuova vita che ha deciso di intraprendere con la compagna Amanda.

Il ruolo di sceriffo di una piccola contea non fa più per lui, adesso è deciso a vestire i panni di un detective di città.

Adrenalina, azione, malvagità e anime corrotte: ne ha avuto un assaggio a Pinefall, ha dimostrato di poterli affrontare, di poter contribuire alla sicurezza della comunità uscendone vincitore.

A metterlo alla prova a Minneapolis trova un killer organizzato, basta poco per capirlo.

La testa mozzata ritrovata sotto al ponte della ferrovia, lungo il fiume, non porta con sé nessun indizio sull’identità dell’omicida, se non un macabro messaggio, una sorta di firma.

Nella bocca aperta della vittima è stato adagiato un fiore di loto giallo; i suoi occhi spalancati e vuoti fissano il cielo, sul suo collo spicca fresco di incisione il numero 4, tratteggiato a mano libera con inchiostro nero.

Raramente ci imbattiamo in detective solitari, perché stanare un killer è spesso un lavoro fatto di analisi complesse, da un’osservazione dei fatti da prospettive diverse e background differenti aiutano a sondare la psicologia dell’assassino.

Clay può contare sull’aiuto di Thomas “Rabbit” Rowland, esperto forense della Polizia Scientifica, e anche la sua minuta ma caparbia partner, Dana Lewis, avrà intuizioni determinanti per il caso.

È partito un conto alla rovescia scandito dalle lancette del piano metodico e preciso elaborato del serial killer del loto.

Clay e la sua squadra capiranno presto di avere poco tempo per collegare gli indizi e prevedere le sue mosse future.

C’è qualcosa che determina la scelta delle vittime ed è importante capirlo in fretta.

O qualche testa rotolerà … ancora.

Sovra stimolati e saturi di violenza e brutalità, siamo sempre più in cerca di storie eclatanti, contorte e quasi assurde nel loro svolgimento.

Spettacolarizzare sembra essere l’unica chiave per ottenere visibilità.

De Fazi invece punta alla linearità e al vecchio principio della causa seguita da un effetto. Quale movente più solido e reale di un “Occhio per occhio, dente per dente”?

Gli aspetti più prettamente investigativi vengono affiancati da una più ampia ricerca delle interconnessioni: perché, come, quando, chi.

Tutti i tasselli si affiancano e trovano il loro posto naturalmente.

Come spesso assurdamente naturale sembra un gesto estremo come l’omicidio a chi sceglie di commetterlo.

Marco sceglie un linguaggio semplice e pulito, attento ai dettagli, ma conciso e centrato al punto. Il superfluo va tagliato se il tempo rimasto è poco.

Perché è così che va: per un ritardo di pochi minuti, un ricercato scivola via nascosto da una pettorina gialla e da un berretto da baseball senza che tu possa catturarlo.

Non c’è bisogno di scomodare uccisioni articolate come rompicapi irrisolvibili, paladini che agiscono in nome di valori superiori o killer sadici e edonistici: il male germina anche da un torto subito, dalla mancata giustizia, dalla scomparsa di persone care.

Un male subdolo, perché empatico, vicino al nostro vissuto.

Figlio di quel dolore che acceca ma che porta con sé un’ombra dai lineamenti molto simili alla legittimità.

Tanto simili che a volte è facile convincersi che ci sia del giusto in quel che facciamo e forse è questo che è accaduto allo stesso killer del loto.

Dopo L’uomo nel buio, De Fazi appaga l’attrazione nata in Clay Stone per l’azione e per le indagini complesse con una serie di omicidi sequenziali, il cui climax converge inaspettatamente proprio vicino al detective.

Molto più di quanto il lettore sia in grado di prevedere.

«Non doveva finire così, avevo pianificato tutto. Tutto.»

«Sei stato sfortunato. Non si può pianificare la fortuna»

Un pensiero su ““Il killer del loto” di Marco De Fazi, Porto Seguro Editore. A cura di Alessia Bertini

  1. “Figlio di quel dolore che acceca ma che porta con sé un’ombra dai lineamenti molto simili alla legittimità. Tanto simili che a volte è facile convincersi che ci sia del giusto in quel che facciamo e forse è questo che è accaduto allo stesso killer del loto.”

    Da questo concetto è nato l’intero libro.
    Grazie per la bellissima recensione!

    Marco

    "Mi piace"

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