La rubrica cinema e parole presenta: L’Indomito (The Untamed). A cura di: Aurora Stella

Dopo i Drama Coreani, non potevo esimermi dal rimanere ammaliata anche da questo drama Cinese in costume.

Ne avevo sentito parlare ovunque e chi sono io per non guardarlo? Così mi sono tuffata in tour de force consistente nella visione di cinquanta episodi in tre giorni.

Perché, come accade per un buon libro, dovevo sapere come andava a finire.

Ora, tutti si concentrano sulla censura cinese che non ha rispettato il carattere Boys love della Novel Originale. Io vi dico chissenefrega, guardatelo lo stesso perché il carattere romance (che sia Bromance o BL) è ininfluente rispetto alla portanza (intesa proprio come capacità massima di carico) di quest’opera.

Lo ammetto, sono di parte. Essendo cresciuta a pane e Bruce Lee, ad Akira Kurosawa in tutte le salse, (passando per anime e “telefilm” come Samurai) preferisco il modo di narrare orientale rispetto a quello occidentale: amo le storie corali dove spicca un protagonista ma, al contempo, non viene trascurato chi ha un ruolo secondario o addirittura marginale.

Questo drama è un’opera Wuxia, (fantasy) con protagonista un eroe marziale che fa suo un codice d’onore (proprio come i cavalieri occidentali), è dotato di forza sovrumana e utilizza il suo potere per liberare gli oppressi, raddrizzare torti ecc. Il sottogenere a cui appartiene l’indomito (the Untamed) è lo Xianxia eroe immortale, che aggiunge alle caratteristiche di prima la possibilità di vivere molto a lungo, grazie alla coltivazione spirituale (meditazione). L’utilizzo, quindi, della magia è la normalità. Non siamo però né in Harry Potter, nonostante ci sia una scuola, né nel Signore degli anelli (anche se gli Hanfu cinesi, le acconciature, le armi e tutto il resto, hanno ispirato moltissimo il mondo degli Elfi). Nel caso dell’Oriente, generalmente la magia è utilizzata per scopi medici (ripristino di energie, equilibrio, utilizzo di erbe e altre tecniche), per combattere e anche volare. I cultori possiedono una Sorgente Interna (in questo caso denominata Nucleo D’oro) che dona capacità fuori dal comune come quelle sopraelencate e la possibilità di gestire delle armi spirituali. Una di queste è la musica. Da sempre legata alla matematica e non solo all’arte, (oggi viene utilizzata nel mondo occidentale anche come terapia), all’interno del Drama è gestita dal Clan Lan che vive in un luogo chiamato Meandri delle Nuvole ed è (come tutti gli altri clan) cultore di pratiche magiche. Gi adepti coltivano sia la musica, espressa attraverso il guqin (cetra cinese), che l’arte della spada. Il Clan Lan è inoltre dedito allo studio e alla disciplina. Basta dire che ha tremila regole (alla fine del Drama saranno quattromila) che gli allievi conoscono e rispettano. Gli altri quattro Clan principali (ne esistono anche di minori) hanno diverse peculiarità e vivono in apparente armonia.

Almeno fin quando un manufatto potente e incontrollabile non fa la sua comparsa e si sospetta che sia in mano al Clan Wen che vive all’interno della fortezza nota come Città senza Notte, il cui emblema è un sole risplendente. (L’alleanza che li contrasterà si denominerà campagna dell’eclissi).

Il manufatto è un metallo “Yn” che rende colui che lo possiede capace di qualsiasi cosa. Creato con uno scopo diverso e sigillato (dopo essere stato diviso) proprio da una fondatrice del Clan Lan è divenuto ossessione per il capo Clan Wen che non esita a compiere stragi e ogni sorta di barbarie nei confronti dei suoi ex alleati, per impossessarsi dei vari frammenti, nonostante di proposito questo manufatto abbia subito una damnatio memoriae e nessuno dovrebbe ricordare la sua esistenza.

Ebbene, la novità dove sarebbe?

Innanzi tutto, nel fatto che non appena il clan Wen viene sconfitto qualcuno ne approfitta per portare l’acqua al suo mulino. Quindi i cosiddetti buoni non sono così buoni visto che, non appena cambia il vento, non esitano a scannarsi tra loro.

La seconda novità è l’abilità dell’autrice di dipingere i voltagabbana per ciò che sono, utilizzando il potere del pettegolezzo, della diceria e del “ti piace vincere facile”. Praticamente i personaggi che animano questo Drama sono divisi in quattro categorie: le pecore (che cambiano opinione più frequentemente dei calzini), i cani da pastore (i vari eroi, ognuno con le proprie capacità), il Pastore (che guadagna sia sui cani che sulle pecore) i lupi che, secondo l’opinione delle pecore, non sono diversi dai cani, ma quando diventano il Pastore, non hanno nulla da obiettare e gli obbediscono ciecamente.

Più che in fantasy, sembra di essere dietro una qualsiasi seduta di un qualunque luogo di incontro politico. Si cercano fatti e prove solo per supportare teorie fondate sulla maldicenza e il Nemico di oggi potrebbe diventare il Salvatore di domani e viceversa. Un panorama desolante e mutevole che però è quanto di più realistico utilizzi l’autrice per dipingere la razza umana.

La terza novità. L’autrice non usa nessuna sfumatura di grigio per dipingere gli esseri umani, ma solo il bianco e il nero. Dove, sempre per citare il mio amato simbolo del Tao, ogni metà contiene e un seme dell’altra metà, ma non si confonde mai.

Si può decidere di diventare neri pur essendo nati bianchi e viceversa. Le sfumature di grigio, semmai, vengono utilizzate per descrivere i comportamenti delle masse.

Da qualche anno c’è la propensione a disegnare protagonisti e antagonisti indistinguibili l’uno dall’altro. Sono talmente tanto grigi che le summenzionate sfumature diventano cinquemila e, di fronte alla piattezza con cui vengono descritti, (più piatti di una sogliola passata sotto il ferro da stiro), sbiadiscono. Non c’è un eroe che cade e si rialza o rimette in discussione le sue credenze senza perdere di vista il proprio obiettivo, ma un pallido essere ignavo che si adegua al contenitore in cui viene messo, tra le grida di giubilo. Praticamente nel mondo occidentale gli eri non sono più esseri straordinari, ma gente comune la cui impresa più ardua è vivere.

Qui ci sono eroi e antieroi che non perdona mai di vista il loro obiettivo. Si camuffano, si indignano, si perdono, si ritrovano.

Cadono, hanno dei ripensamenti, sono lacerati dai dubbi, ma non smettono di fissare la loro meta, quale che sia.

Ci sono due Capi Clan che creano dei mostri. Uno, quello più evidente (Wen) che si limita a bramare il potere, viene sconfitto presto ma, con il suo comportamento, dà il via a una sorta di ricorso storico. L’altro, meno manifesto perché in fin dei conti più capace di tenere sotto controllo la sua sconfinata brama di potere, si accontenta di creare mostri all’interno della propria famiglia (Jin).

Il primo, all’inizio, può sembrare il classico cattivo dei bambini, ma di lui sappiamo poco, perché il suo essere viene corrotto dal manufatto stesso. Eppure, da un malvagio come quello (che non esita ad annientare le persone neanche fossero mosche) escono fuori due personaggi (Wen Qing e Wen Ning) di una delicatezza e gentilezza incredibile che resteranno impressi nel cuore di tutti. Un fratello trasformato in arma vivente e una sorella medico capaci di intraprendere una via di sacrificio e abnegazione che farà sfigurare gran parte dei buoni. Come dire, utilizzando una frase di De André, dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

L’altro, il cultore del Clan Jin, appare anche lui in poche sequenze (proprio come il suo antagonista del clan Wen) ma per il suo livello di corruzione, seppure non scateni guerre, non c’è giustificazione. Nessuno lo critica per aver un numero di prostitute da cui riceve millemila figli illegittimi ai quali fa condurre una vita ignobile. Nessuno osa biasimarlo perché appartiene alla schiera dei buoni.

Ora senza questi due tipi che passerebbero (volendo) anche inosservati, il Drama non avrebbe ragione di esistere. Perché gli altri buoni quelli del clan Lan (da cui proviene Lan Zhan il nemico-amico di Wei Wuxian) e del Clan Nie (una stirpe di guerrieri giusti) e del clan Jiang il cui motto è “realizzare l ’impossibile”, sono tranquilli e vivono la loro esistenza in equilibrio.

È dal Clan Jiang che proviene l’eroe immortale Wei Wuxian, figlio adottivo del Capo Clan che vive al Pontile del Loto insieme a suo fratello Jiang Cheng e alla sorella Jiang Yanlii, Uno spirito libero che incarna pienamente il motto del Clan.

I tre fratelli, provati da una serie di vicissitudini dovute al Clan Wen si scambiano una promessa. Quella di restare insieme per sempre.

Ora se siate o meno avvezzi ai drama, anime o novel, dovreste sapere che non appena viene pronunciata una frase di questo genere, passerà un invidioso angelo occidentale a dirà amen, cosicché coloro che hanno osato pronunciare questa frase non vivranno più insieme. E queste traversie che colpiranno non solo gli eroi ma i legami familiari, spezzandoli per poi ricongiungerli (a volte) saranno più laceranti delle battaglie stesse.

Il drama si compone di quattro atti (se vogliamo chiamarli così)

Inizia con la fine (bell’ossimoro, eh?) di una battaglia avvenuta sedici anni prima in cui tutti se le danno di santa ragione per afferrare un manufatto magico, si ammazzano come non ci fosse un domani, un ragazzo vestito di nero ( che si scoprirà essere Wei Wuxian) suona un flauto e sembra dirigere l’orchestra, ma curiosamente piange e sta per buttarsi da un dirupo quando viene salvato da un altro (Lan Zhan) che dovrebbe essere il nemico (visto che è vestito come i tanti che si scannano), ma non sopravvive perché arriva un altro (Jian Cheng) che lo manda all’inferno con un colpo di spada.

E non vi ho fatto alcuno spoiler perché questi sono i primi cinque minuti di una puntata di quarantacinque minuti, all’interno di cinquanta puntate.

Secondo atto. Sedici anni dopo. Ci troviamo in una casa, c’è un tipo nascosto dietro una tenda, qualche menagramo che becera, uno che chiede a un’anima di fare ritorno. Un pazzo, una famiglia di pazzi, degli zombie cinesi, una dea che ruba la ragione, un ragazzino viziato e un generale fantasma. Insomma, un panico in cui più o meno, dato che alcune facce sono quelle di sedici anni prima intraviste nella battaglia, pensate di raccapezzare qualcosa e dire: ah beh, la solita cavolata. E se lo dite farete l’errore peggiore della vostra vita.

Perché arriva la terza fase. Un lunghissimo flashback che va da metà della seconda puntata fin oltre la trentesima (forse trentacinque, non ricordo) dove vi viene più o meno spiegato tutto il pandemonio che ha portato alla battaglia iniziale.

Il presente che è il quarto atto, dove gli eventi caotici delle prime due puntate iniziano a prendere piede, i personaggi (grazie al flashback) ad essere collocati nel giusto posto e finalmente il mistero si dipana e si arriva alla conclusione.

Nota particolare. Abbiamo anche un espediente letterario noto come la pistola di Céchov, solo che non sarà una pistola ma un ventaglio.

Per alcuni poco attenti il personaggio che si trova dietro a questo ventaglio (che io chiamerò Ventaglietto per comodità e per farvelo individuare subito) potrebbe risultare come una sorta di deus ex machina, ma non è così. Nel suo apparire timido, pauroso al punto da meritare il soprannome (anche dalla sua gente) di “io non ne so niente” sarà invece proprio la pistola di Céchov e sarete obbligati a rivedere le prime due puntate e solo per poter esclamare “Ma non è possibile, non lo avrei mai detto”.

Ventaglietto pur essendo, per natura, uguale a un altro personaggio (che chiamerò Scuffia per il suo cappello) di cui si intravede una sorta di ambiguità, utilizzerà le sue capacità per contrapporsi. Anche Scuffia, come Ventaglietto, nega sempre ogni suo coinvolgimento, anche quando viene beccato in flagrante. Dopo i Cultori capo dei Clan (il pazzo sanguinario Wen e il pervertito Jin) che hanno dato il via a tutta una serie di problemi, saranno questi due personaggi personaggi secondari, dotati di abilità poco appariscenti e più da cortigiani a muovere i fili di una nazione intera e il destino dei protagonisti.

Anche qui tra Ventaglietto e Scuffia si potrebbe aprire una gara a chi sia più paraculo e letale, due mostri costruiti nel tempo, che stanno dietro le quinte, appaiono qui e là durante il corso del Drama, di cui sin da subito si intuisce l’importanza, ma che costituiscono comunque una sorpresa. Un altro tassello all’interno dello schema Bene-Male che ci rivela una novità: un coltello resta uno strumento da lavoro fintanto che qualcuno non decide di piantarlo nel petto di qualcun altro ed è un’ulteriore prova che, a volte, si può combattere il fuoco con il fuoco.

De L’indomito potrei parlare per ore. Dei suoi protagonisti, della musica, dei legami, dei sentimenti, ma ho preferito concentrarmi sugli aspetti di solito ritenuti marginali, ma che costituiscono l’ossatura del Drama.

Detto questo non

Dopo i Drama Coreani, non potevo esimermi dal rimanere ammaliata anche da questo drama Cinese in costume.

Ne avevo sentito parlare ovunque e chi sono io per non guardarlo? Così mi sono tuffata in tour de force consistente nella visione di cinquanta episodi in tre giorni.

Perché, come accade per un buon libro, dovevo sapere come andava a finire.

Ora, tutti si concentrano sulla censura cinese che non ha rispettato il carattere Boys love della Novel Originale. Io vi dico chissenefrega, guardatelo lo stesso perché il carattere romance (che sia Bromance o BL) è ininfluente rispetto alla portanza (intesa proprio come capacità massima di carico) di quest’opera.

Lo ammetto, sono di parte. Essendo cresciuta a pane e Bruce Lee, ad Akira Kurosawa in tutte le salse, (passando per anime e “telefilm” come Samurai) preferisco il modo di narrare orientale rispetto a quello occidentale: amo le storie corali dove spicca un protagonista ma, al contempo, non viene trascurato chi ha un ruolo secondario o addirittura marginale.

Questo drama è un’opera Wuxia, (fantasy) con protagonista un eroe marziale che fa suo un codice d’onore (proprio come i cavalieri occidentali), è dotato di forza sovrumana e utilizza il suo potere per liberare gli oppressi, raddrizzare torti ecc. Il sottogenere a cui appartiene l’indomito (the Untamed) è lo Xianxia eroe immortale, che aggiunge alle caratteristiche di prima la possibilità di vivere molto a lungo, grazie alla coltivazione spirituale (meditazione). L’utilizzo, quindi, della magia è la normalità. Non siamo però né in Harry Potter, nonostante ci sia una scuola, né nel Signore degli anelli (anche se gli Hanfu cinesi, le acconciature, le armi e tutto il resto, hanno ispirato moltissimo il mondo degli Elfi). Nel caso dell’Oriente, generalmente la magia è utilizzata per scopi medici (ripristino di energie, equilibrio, utilizzo di erbe e altre tecniche), per combattere e anche volare. I cultori possiedono una Sorgente Interna (in questo caso denominata Nucleo D’oro) che dona capacità fuori dal comune come quelle sopraelencate e la possibilità di gestire delle armi spirituali. Una di queste è la musica. Da sempre legata alla matematica e non solo all’arte, (oggi viene utilizzata nel mondo occidentale anche come terapia), all’interno del Drama è gestita dal Clan Lan che vive in un luogo chiamato Meandri delle Nuvole ed è (come tutti gli altri clan) cultore di pratiche magiche. Gi adepti coltivano sia la musica, espressa attraverso il guqin (cetra cinese), che l’arte della spada. Il Clan Lan è inoltre dedito allo studio e alla disciplina. Basta dire che ha tremila regole (alla fine del Drama saranno quattromila) che gli allievi conoscono e rispettano. Gli altri quattro Clan principali (ne esistono anche di minori) hanno diverse peculiarità e vivono in apparente armonia.

Almeno fin quando un manufatto potente e incontrollabile non fa la sua comparsa e si sospetta che sia in mano al Clan Wen che vive all’interno della fortezza nota come Città senza Notte, il cui emblema è un sole risplendente. (L’alleanza che li contrasterà si denominerà campagna dell’eclissi).

Il manufatto è un metallo “Yn” che rende colui che lo possiede capace di qualsiasi cosa. Creato con uno scopo diverso e sigillato (dopo essere stato diviso) proprio da una fondatrice del Clan Lan è divenuto ossessione per il capo Clan Wen che non esita a compiere stragi e ogni sorta di barbarie nei confronti dei suoi ex alleati, per impossessarsi dei vari frammenti, nonostante di proposito questo manufatto abbia subito una damnatio memoriae e nessuno dovrebbe ricordare la sua esistenza.

Ebbene, la novità dove sarebbe?

Innanzi tutto, nel fatto che non appena il clan Wen viene sconfitto qualcuno ne approfitta per portare l’acqua al suo mulino. Quindi i cosiddetti buoni non sono così buoni visto che, non appena cambia il vento, non esitano a scannarsi tra loro.

La seconda novità è l’abilità dell’autrice di dipingere i voltagabbana per ciò che sono, utilizzando il potere del pettegolezzo, della diceria e del “ti piace vincere facile”. Praticamente i personaggi che animano questo Drama sono divisi in quattro categorie: le pecore (che cambiano opinione più frequentemente dei calzini), i cani da pastore (i vari eroi, ognuno con le proprie capacità), il Pastore (che guadagna sia sui cani che sulle pecore) i lupi che, secondo l’opinione delle pecore, non sono diversi dai cani, ma quando diventano il Pastore, non hanno nulla da obiettare e gli obbediscono ciecamente.

Più che in fantasy, sembra di essere dietro una qualsiasi seduta di un qualunque luogo di incontro politico. Si cercano fatti e prove solo per supportare teorie fondate sulla maldicenza e il Nemico di oggi potrebbe diventare il Salvatore di domani e viceversa. Un panorama desolante e mutevole che però è quanto di più realistico utilizzi l’autrice per dipingere la razza umana.

La terza novità. L’autrice non usa nessuna sfumatura di grigio per dipingere gli esseri umani, ma solo il bianco e il nero. Dove, sempre per citare il mio amato simbolo del Tao, ogni metà contiene e un seme dell’altra metà, ma non si confonde mai.

Si può decidere di diventare neri pur essendo nati bianchi e viceversa. Le sfumature di grigio, semmai, vengono utilizzate per descrivere i comportamenti delle masse.

Da qualche anno c’è la propensione a disegnare protagonisti e antagonisti indistinguibili l’uno dall’altro. Sono talmente tanto grigi che le summenzionate sfumature diventano cinquemila e, di fronte alla piattezza con cui vengono descritti, (più piatti di una sogliola passata sotto il ferro da stiro), sbiadiscono. Non c’è un eroe che cade e si rialza o rimette in discussione le sue credenze senza perdere di vista il proprio obiettivo, ma un pallido essere ignavo che si adegua al contenitore in cui viene messo, tra le grida di giubilo. Praticamente nel mondo occidentale gli eri non sono più esseri straordinari, ma gente comune la cui impresa più ardua è vivere.

Qui ci sono eroi e antieroi che non perdona mai di vista il loro obiettivo. Si camuffano, si indignano, si perdono, si ritrovano.

Cadono, hanno dei ripensamenti, sono lacerati dai dubbi, ma non smettono di fissare la loro meta, quale che sia.

Ci sono due Capi Clan che creano dei mostri. Uno, quello più evidente (Wen) che si limita a bramare il potere, viene sconfitto presto ma, con il suo comportamento, dà il via a una sorta di ricorso storico. L’altro, meno manifesto perché in fin dei conti più capace di tenere sotto controllo la sua sconfinata brama di potere, si accontenta di creare mostri all’interno della propria famiglia (Jin).

Il primo, all’inizio, può sembrare il classico cattivo dei bambini, ma di lui sappiamo poco, perché il suo essere viene corrotto dal manufatto stesso. Eppure, da un malvagio come quello (che non esita ad annientare le persone neanche fossero mosche) escono fuori due personaggi (Wen Qing e Wen Ning) di una delicatezza e gentilezza incredibile che resteranno impressi nel cuore di tutti. Un fratello trasformato in arma vivente e una sorella medico capaci di intraprendere una via di sacrificio e abnegazione che farà sfigurare gran parte dei buoni. Come dire, utilizzando una frase di De André, dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

L’altro, il cultore del Clan Jin, appare anche lui in poche sequenze (proprio come il suo antagonista del clan Wen) ma per il suo livello di corruzione, seppure non scateni guerre, non c’è giustificazione. Nessuno lo critica per aver un numero di prostitute da cui riceve millemila figli illegittimi ai quali fa condurre una vita ignobile. Nessuno osa biasimarlo perché appartiene alla schiera dei buoni.

Ora senza questi due tipi che passerebbero (volendo) anche inosservati, il Drama non avrebbe ragione di esistere. Perché gli altri buoni quelli del clan Lan (da cui proviene Lan Zhan il nemico-amico di Wei Wuxian) e del Clan Nie (una stirpe di guerrieri giusti) e del clan Jiang il cui motto è “realizzare l ’impossibile”, sono tranquilli e vivono la loro esistenza in equilibrio.

È dal Clan Jiang che proviene l’eroe immortale Wei Wuxian, figlio adottivo del Capo Clan che vive al Pontile del Loto insieme a suo fratello Jiang Cheng e alla sorella Jiang Yanlii, Uno spirito libero che incarna pienamente il motto del Clan.

I tre fratelli, provati da una serie di vicissitudini dovute al Clan Wen si scambiano una promessa. Quella di restare insieme per sempre.

Ora se siate o meno avvezzi ai drama, anime o novel, dovreste sapere che non appena viene pronunciata una frase di questo genere, passerà un invidioso angelo occidentale a dirà amen, cosicché coloro che hanno osato pronunciare questa frase non vivranno più insieme. E queste traversie che colpiranno non solo gli eroi ma i legami familiari, spezzandoli per poi ricongiungerli (a volte) saranno più laceranti delle battaglie stesse.

Il drama si compone di quattro atti (se vogliamo chiamarli così)

Inizia con la fine (bell’ossimoro, eh?) di una battaglia avvenuta sedici anni prima in cui tutti se le danno di santa ragione per afferrare un manufatto magico, si ammazzano come non ci fosse un domani, un ragazzo vestito di nero ( che si scoprirà essere Wei Wuxian) suona un flauto e sembra dirigere l’orchestra, ma curiosamente piange e sta per buttarsi da un dirupo quando viene salvato da un altro (Lan Zhan) che dovrebbe essere il nemico (visto che è vestito come i tanti che si scannano), ma non sopravvive perché arriva un altro (Jian Cheng) che lo manda all’inferno con un colpo di spada.

E non vi ho fatto alcuno spoiler perché questi sono i primi cinque minuti di una puntata di quarantacinque minuti, all’interno di cinquanta puntate.

Secondo atto. Sedici anni dopo. Ci troviamo in una casa, c’è un tipo nascosto dietro una tenda, qualche menagramo che becera, uno che chiede a un’anima di fare ritorno. Un pazzo, una famiglia di pazzi, degli zombie cinesi, una dea che ruba la ragione, un ragazzino viziato e un generale fantasma. Insomma, un panico in cui più o meno, dato che alcune facce sono quelle di sedici anni prima intraviste nella battaglia, pensate di raccapezzare qualcosa e dire: ah beh, la solita cavolata. E se lo dite farete l’errore peggiore della vostra vita.

Perché arriva la terza fase. Un lunghissimo flashback che va da metà della seconda puntata fin oltre la trentesima (forse trentacinque, non ricordo) dove vi viene più o meno spiegato tutto il pandemonio che ha portato alla battaglia iniziale.

Il presente che è il quarto atto, dove gli eventi caotici delle prime due puntate iniziano a prendere piede, i personaggi (grazie al flashback) ad essere collocati nel giusto posto e finalmente il mistero si dipana e si arriva alla conclusione.

Nota particolare. Abbiamo anche un espediente letterario noto come la pistola di Céchov, solo che non sarà una pistola ma un ventaglio.

Per alcuni poco attenti il personaggio che si trova dietro a questo ventaglio (che io chiamerò Ventaglietto per comodità e per farvelo individuare subito) potrebbe risultare come una sorta di deus ex machina, ma non è così. Nel suo apparire timido, pauroso al punto da meritare il soprannome (anche dalla sua gente) di “io non ne so niente” sarà invece proprio la pistola di Céchov e sarete obbligati a rivedere le prime due puntate e solo per poter esclamare “Ma non è possibile, non lo avrei mai detto”.

Ventaglietto pur essendo, per natura, uguale a un altro personaggio (che chiamerò Scuffia per il suo cappello) di cui si intravede una sorta di ambiguità, utilizzerà le sue capacità per contrapporsi. Anche Scuffia, come Ventaglietto, nega sempre ogni suo coinvolgimento, anche quando viene beccato in flagrante. Dopo i Cultori capo dei Clan (il pazzo sanguinario Wen e il pervertito Jin) che hanno dato il via a tutta una serie di problemi, saranno questi due personaggi personaggi secondari, dotati di abilità poco appariscenti e più da cortigiani a muovere i fili di una nazione intera e il destino dei protagonisti.

Anche qui tra Ventaglietto e Scuffia si potrebbe aprire una gara a chi sia più paraculo e letale, due mostri costruiti nel tempo, che stanno dietro le quinte, appaiono qui e là durante il corso del Drama, di cui sin da subito si intuisce l’importanza, ma che costituiscono comunque una sorpresa. Un altro tassello all’interno dello schema Bene-Male che ci rivela una novità: un coltello resta uno strumento da lavoro fintanto che qualcuno non decide di piantarlo nel petto di qualcun altro ed è un’ulteriore prova che, a volte, si può combattere il fuoco con il fuoco.

De L’indomito potrei parlare per ore. Dei suoi protagonisti, della musica, dei legami, dei sentimenti, ma ho preferito concentrarmi sugli aspetti di solito ritenuti marginali, ma che costituiscono l’ossatura del Drama.

Detto questo non vi resta che lasciarvi catturare dalla storia.

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