La rubrica riflessione sulla letteratura presenta “Considerazioni sul retelling della fiaba moderna”. A cura di Alessandra Micheli

Sapete cosa è il retelling delle fiabe?

È la semplice rivisitazione, in chiave moderna di un contenitore di archetipi e simboli.

La fiaba, in fondo, non è altro che il modo con cui a società si racconta, si legittima e si autoproclama tale.

E questo lo può fare attraverso un percorso di apprendimento ai valori che la costituiscono che viene chiamato in sociologia socializzazione.

E questo approccio, quest’iniziazione alla vita di comunità, alla polis intesa in senso greco, avviene attraverso vari canali come la famiglia, la scuole, gli amici e ovviamente la cultura.

E’ grazie a questi incontri che il bambino in procinto di diventare uomo apprende le consuetudini, i valori, la morale e l’etica.

Negli ultimi casi c’è poi da fare un distinguo: la morale rappresenta la forma che l’ethos ossia il collante societario prende forma in una determinata epoca, con determinate condizioni ambientali e in un determinato contesto economico e politico.

E quindi è soggetta, ovviamente.

A variazioni.

Non per nulla si parla sempre di morale borghese, morale socialista, morale cattolica o morale vittoriana.

Diverso discorso riguarda l’etica.

Essa non è altro che il raggruppare ideali e idee che rappresentano la stella polare capace di guidare ogni organizzazione umana: da quella nomade, a quella organizzata, dalla più semplice alla più complessa.

Tanto che lo stesso Sant’Agostino parlava di verità eterne, immutabili e concordanti per ogni tradizione umana conosciuta.

Tutte le civiltà hanno avuto, ad esempio, i loro comandamenti donati dal dio prescelto e tutti hanno su per giù lo stesso sentore: rispetto per il cosmo e per dio, rispetto per l’altro e la meravigliosa scoperta della complessità umana.

Che presuppone lo scontro e il dialogo tra due forze distinte e complici la stabilità e la tendenza dell’uomo al mantenimento della propria zona di conforto e l’evoluzione che presuppone come punto di riferimento l’esaltazione e l’accettazione della differenza.

Persino nella bibbia si trovano descritte queste due forze con due nomi evocativi Jahve colui che è ( e ovviamente per essere devo smettere di diventare) e Elohim la forza che va oltre ( e per andare oltre devo smettere di essere).

Questi due concetti rispondono al nome di tradizione e innovazione, di caos rigeneratore e ordine.

E in fondo a una lettura più esoterica le fiabe raccontano proprio di questa dualità che deve, per poter essere davvero umani, trasformarsi in monismo. Ecco che il retelligng di ogni fiaba, pur portando innovazione alla morale deve poter rimanere fedele all’etica e quindi all’archetipo che racconta.

Non interessano tanto i manifesti politici e ideologici, che passano e sono di interesse limitato, quanto una mappa per poter renderei l mondo che ci circonda e la sue innovazioni intellegibili.

Il retelling non deve solo dimostrare e narrare i cambiamenti sociali e della comunicazione politicamente corretta ma evidenziare il proprio nucleo segreto, esoterico ossia come il bambino indifeso, lo sciocco inconsapevole può diventare uomo.

Ecco che ogni narrazione fiabesca affonda le sue radici nel calderone della fiaba e del mito che gira attorno concetti sempre diversi tra i quali l’incarnazione dello spirito della giovinezza, il simbolo di colui che rifiuta la società in cui viene inserito, il mito dell’eterno ritorno, la fantasia che plasma il cittadino che lo rende sempre più umano e meno membro della composita gerarchia sociale rigidamente strutturata.

Ma che, al tempo stesso può trasformasi in una forza catastrofica, lesiva appunto dell’etica che deve poter nutrire e definire i rapporti.

pertanto ogni fiaba ha sfaccettature che la rendono estremamente complessa; da un lato la fantasia viene esaltata come la spinta all’innovazione ma non solo anche alla capacità di contestare i valori fondanti la morale e ripensarli in chiave diversa.

Ma è anche il caos che lungi da costruire usa la contestazione soltanto per distruggere senza proporre l’alternativa.

E per questo possiamo dire che, a volte i personaggi delle fiabe sono androgino.

Ma nel senso esoterico del termine ossia convivono in esso elementi che possono riguardare la solarità come elemento lunare, l’uomo e la donna, innovazione e staticità.

L’eroe del mito è colui che tutto ingloba, che tutto comprende e che tende a diventare padrone del tutto.

E’ un androgina che viaggia con la sacralità del concetto religioso e che sfocia in una sorta di ribellione capace di raccontare la forma che quella ribellione prenderà.

Non riguarda, quindi la sessualità nel concetto moderno o la teoria del genere.

Ma si incentra sulla dialettica tra noi e l’anima, tra noi e l’ethos societario che non può essere esauribile nella prigione del concetto.

Ciononostante, oggi, ogni fiaba si presta a un’interpretazione che possa portare avanti la lotta che tenta di demolire il concetto di genere e che è cosi espresso nel testo suddetto.

Eppure il substrato simbolico non è solo stufo di essere immesso in gerarchie rigide e in un contesto sociale strutturato in modo netto con i suoi ruoli affatto interscambiabili.

L’eroe androgino, di ogni mito, rappresenta il rifiuto delle convenzioni che poco hanno a che fare con la vera crescita.

Ossia con la possibilità di guardarsi dentro e trovare i propri talenti.

L’dea del retelling queer, invece, ha una valenza politica, nel senso greco del termine.

Dialoga sui valori, sugli schemi societari.

E’ la forza che lotta contro la definizione di donna e uomo e vuole essere totalmente libero da poter decidere il proprio sesso e la forma che la sessualità prende.

Interessante assolutamente.

E legittimo in quanto ho sopra esposto come il retelling debba raccontare, appunto la società.

Il problema però e il rischio è di interpretare un simbolo secondo la visione moderna che è, a differenza di quella antica, molto meno sfumata.

Oggi dobbiamo lottare contro i concetti sostituendoli con altri concetti. Dobbiamo lottare contro le definizioni sostituendole con altre definizioni.

Non è un vero ripensamento del diritto umano di esistere, quanto la “lotta” tra diverse ideologie che pretendono di definire non solo l’uomo ma i rapporti. Questo diventa un po’ soffocante.

Lasciando in disperate e forse un po’ contestandolo il vero messaggio del testo: non è la definizione a farci esistere.

E’ la libertà di essere complessi, sfumati e la possibilità di essere descritti in più modi.

Uomo e donna sono concetti biologici che poco interessano.

Anche la possibilità di proporre una terza definizione appare uno sforzo di contestare non la dualità presente nel mondo e proporre il monismo, quanto di arricchire la dualità rifiutando però la sfumature necessaria a un mondo interconnesso e complesso.

L’orgoglio che un retelling deve poter proporre è quello umano: la libertà di essere persona prima che soggetto dialetti e la libertà di essere definito per le azioni, per le passioni, per la propria interiorità.

L’eroe fiabesco che, a parer mio deve uscire dal retelling invece, è un eroe che cerca se stesso.

Che non vuole essere definito se non per quello che ha dentro.

Ed è il vero messaggio innovativo di questo tempo frammentato alla disperata ricerca non dell’umanità ma di una nuova ideologia.

L’apparenza ed il sesso è apparenza, non serve per poter narrare l’uomo: la mappa non è il territorio e a ogni definizione netta ( perché anche la sfumata è netta in quanto non si concentra sulla vera protagonista ossia la mente) ci porta sempre più lontano dal territorio che resta la caverna oscura da cui è difficile sfuggire.

Non è improntante per chi ama la fiaba, in quale definizione si riconosce.

E’ importante l’uso che ne farà della fantasia e il colore che darà alla sua anima.

Perché come direbbe Poullain de la Barre a definirci non è il sesso.

Ma la mente.

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