“Tra le braccia di un mostro” di Morgana de Lioncourt, Abyss edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Questa non sarà una recensione standard.

Vi avverto subito.

Quindi se cercate qualcosa che sia editoriale nel senso pieno del termine, se cercate soltanto un libro, o una promozione questo non è il blog che fa per voi. Lo dico a tutti, autori e editori.

Qua le parole hanno un peso.

Qua le persone non sono affatto in vendita.

E i libri acquistano un altro sapore specie se si ha la fortuna di guardare negli occhi l’autore.

Allora non si resta, non si può restare indifferenti all’emozione espressa nel testo, che sia dolore, gioia, rabbia o speranza.

perché il lbiro deve andare persino oltre lo scrittore stesso che è e resta solo un pallido intermediario.

Ecco che per me, per tutti noi del blog, il rispetto va donato alla voce spesso sussurrata di quella carta, che tra le nostre mani diventa viva.

E se avremmo il dono, tutto peculiare di chi ha la chiave per entrare nell’altrove espresso dalle parole vedremo occhi che non dimenticheremo mai, campassimo cent’anni.

Dentro questa silloge poetica c’è un po’ di tutto.

Un cuore circondato da spine, un esperienza umana al limite della tortura, un dolore di quelli che amo.

E non perché sia un demone che si nutre di quello.

Ma perché dio se lo so, il signor dolore è una vera chiave.

Inconsapevolmente o consapevolmente, non mi è dato saperlo, Morgana ci dona qualcosa di suo.

E noi dobbiamo accostarci con riverito silenzio e rispetto a tutto quello che esprime con queste impazzite schegge di parole.

A volte affilate, a volte lievi, a volte disperate.

Schegge che incidono su noi, schegge che vagano impazzite sognando di ricongiungersi con qualcosa che sta al di là della comprensione umana.

Perché non siamo altro che una lacrima perduta dagli occhi di un Dio che è addormentato e troppo distante da noi, che lo chiamiamo disperatamente.

Ecco che tra le braccia di un mostro non è più poesia ne parole.

Va oltre.

Spezza la barriera che divide la vita dall’arte e la sporca di un sangue che è redenzione, che è sacrificio nel suo senso più puro..quello di creare il sacro.

Ed è questo che fa diventare una semplice lettura un esperienza tattile, totalmente diversa dall’emozione di un libro, in cui le parole non hanno il significato immediato ma viaggiano lungo la linea d’ombra del simbolo.

E toccano corde diverse, una sorta di meta-comunicazione in cui si viaggia alla ricerca del bandolo della matassa, di una stele di roseta per decodificarle.

E’ dolore.

E’ speranza.

E’ persino una sorta di preghiera di ringraziamento per ogni ferita.

Che a vederla fa malissimo.

Fa male a me, smaliziata vecchia signora.

Che aveva oggi la voglia di stingere ogni persona che in questo fiume convulso di parole si riconosce e sa di essere alla ricerca di casa.

Chi ha un sorriso sghembo e occhi che hanno visto oltre il reale.

E allora queste mie poche parole, indegne davanti a una tale esperienza umana, siano avvertite come un omaggio per emozioni che vanno oltre un testo che possano divenire esempio.

Perché chi riesce a fa pace con cosi tanto dolore, tanto da scriverlo, in schegge, in frasi, in racconti, in letteratura, ha tutto il mio rispetto.

Un cuore per un cuore, per ricevere un dono, quello di oltrepassare il tempo e divenire eterna in quelle schegge impazzite che oggi, hanno trafitto anche me.

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