“Vita da Strega. Da Bewitched alle maghette giapponesi” di Leone Locatelli, Delos digital (Fonte the nerd’s family)

E’ assolutamente impossibile parlare della strega in modo obiettivo e asettico.

Essa è troppo parte del nostro inconscio, sta nascosta nelle pieghe remote della nostra coscienza, si nutre di sogni e i sogni ci regala, anche se troppo spesso li confondiamo con gli incubi.

E essendo la regina di uno strano territorio dell’anima essa conserva tutto ciò che fa sia da nutrimento per l’anima, sia tutto ciò che rischia di distruggerla e sprofondarla nell’abisso.

Strega è il potere e dal potere arriva la contraddizione.

E’ il territorio in cui estasi e tormento si sfiorano, si mescolano e si confondono formando un irresistibile connubio.

E tutti i nomi in cui la strega è identificata, non sono altro che le forme del potere e del dissenso che l’immaginazione considerata una forma della femminilità porta con se.

E strega pertanto richiama antiche memorie di donne guerriere, di fate, di regine e di sacerdotesse tutte coloro che potevano scrivere il destino in modo diverso, che potevano incidere sulla vita divenendo protagoniste e non più comparse.

Proprio per questa carica di ribellione, di sovversivo disordine la strega è stata temuta, odiata e relegata nell’inferno più nero.

Li con i diavoli, con l’avversario minacciando continuamente il corretto svolgimento di una vita in forma gerarchia.

L’uomo probo doveva odiare la maliarda, combatterla e annichilire ogni tentativo di raccontare altre storie con il fuoco purificatore.

E cosi ogni strega è stata descritta attraverso determinati cliché sempre gli stessi, ripetuti con cosi tanta enfasi da essere oramai legittimati.

Potere femminile uguale perturbante, uguale orrore e pericolo.

Il potere femminile minaccia la società, senza fermarsi magari a pensare che la società minacciata non era l‘idea di aggregato umano regolato da leggi, quanto una precisa forma, nata in una precisa epoca storica: il patriarcato.

Film e libri hanno risentito per anni di questo condizionamento facendo diventare strega il tabù per eccellenza, mai evocarla se non a patto di terribili tormenti.

E la libertà, legata all’immaginazione doveva essere oscurata da un velo, da un muro tra il nostro io e la vita di tutti giorni.

E forse poteva arricchire il mondo solo nei sogni, quelli da non raccontare, da non nominare mai nelle ore diurne.

Per fortuna però il mondo cambia e cambiando modifica anche i valori e i paradigmi con cui la nostra percezione descrive il mondo.

E arrivarono gli anni sessanta.

E’ vero, dai telefilm tanto amati sembra quassi di esistere a un’eterna parodia di libertà.

Borghesi ficchi, grigi, fieri dalla loro totale adesione allo status quo.

Eppure questa narrazione è vera per metà.

Sappiamo bene come, quegli anni furono un totale fermento, una sorta di dialettica tra due poli opposti innovazione e conservazione.

E quale periodo migliore per proporre una diversa immagine di lei la strega?

Fu con Bewitched, nata tra il 1964 e il 1972 che assume una connotazione diversa.

Ed è questa sua forza diabolicamente e sottilmente ribelle che il saggio approfondisce, unendo all’innovazione di Bewitched anche le altre interessati narrazioni sulla femminilità ad opera delle meravigliose serie TV giapponesi ( chi si scorda della piccola Sally e di Lamù?).

Ecco che quella sitcom e i cartoon che hanno allietato la mia infanzia, divengono immagini e fotografie non solo di un epoca ma di una diversa e sfumata immagine del potere femminile e di come esso si rapportava, di periodo in periodo, con la società “patriarcale.”

Vita da strega, è straordinaria per molti aspetti. Apparentemente racconta la perdita della propria originalità di una donna magica, Samantha semplicemente per amore.

Eh si sempre il dannato sentimento che ci perseguita.

Ma attenzione.

Questa è l’apparenza diciamo essoterica della storia. Se si esamina la serie a un livello più profondo o nascosto si nota qualcosa di diverso. La stabilità che un amore “borghese” richiede è accettata solo superficialmente dalla nostra eroina.

Lei non rinnega se stessa.

Lei sceglie quali ruoli indossare.

E questa sua libertà totale, interiore più che altra la ravvediamo nel primo tabù che distrugge. Ossia la concezione che alcuni mondi siano totalmente nato tra inconciliabili. Eppure, soltanto leggendo ogni pagina ci rendiamo conto che l‘intelligenza della serie, (molto più innovativa persino della mia amata serie Charmed), è molto sottile e affatto scontata: Samanta non è l’immagine della vittoria del potere borghese sulla fantasia.

E’ il tentativo di una donna libera di decidere fuori da ogni schema e stereotipo, chi poter essere.

Fino a abbracciare con soddisfazione e originalità ogni ruolo, donna, madre, amante, dea, regina e ribelle.

Samanta è la donna capace di unire ogni diversa narrazione del femminile in una sola persona. E divenire perfettamente ciò che lei desidera. Non ciò che la genetica le impone, ciò che la società richiede e che l’uomo pretende.

Un saggio interessante e davvero illuminante. Necessario, specie oggi, in cui troppe sono le sollecitazioni a cui costantemente siamo subissati. E che a volte il doverle ascoltare o assecondare richiede il baratto della propria anima.

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