“La misteriosa morte dello scrittore Egidio Valdès” di Domenico Notari, Newton Compton. A cura di Romina Russo

Confesso di non aver mai amato particolarmente i gialli.

Li ho sempre visti, stupidamente, come letture leggere, da spiaggia, quasi incapaci di accendere quelle emozioni che, da sempre, cerco disperatamente tra le pagine scritte.

Pregiudizio sciocco, infondato, l’ho sempre saputo.

Forse è sempre stata una scusa, un’alcova comoda nella quale rannicchiarmi per assecondare la mia innata pigrizia e sfuggire allo sforzo di uscire dalla mia comfort zone, di affrontare un genere letterario diverso da quelli che, solitamente, prediligo.

Un tentativo maldestro di salvarmi dalla spaventosa eventualità di scoprirmi, alla soglia dei fatidici quaranta, diversa, e capace di amare qualcosa di diverso.

Poi è arrivato questo libro di Notari e, insieme ad esso, una specie di epifania.

Perché mi sono imbattuta in una storia incentrata su un’indagine di polizia, questo sì… sulla risoluzione di un caso di omicidio, certo!

Ma talmente intrisa di poesia, di bellezza, di introspezione e di umorismo, da restarne a dir poco rapita.

Uno scrittore scomparso, una serie di libri disseminati per la città, all’interno dei quali, ogni volta, un macabro “segnalibro di carne” (un dito mozzato della vittima) indica un passo ben preciso, gruppi neoborbonici, donne fedifraghe, madri iperprotettive e vendicative, librerie, poliziotti pedanti, autori in cerca di fama…

È questo lo scenario nel quale Filippo Donnarumma, commisario capo della squadra mobile, si muove e porta avanti la sua estenuante indagine.

Un’indagine che gli costa moltissimo sul piano personale, costringendolo a leggere in brevissimo tempo migliaia di pagine dei libri lasciati in giro dal colpevole, rinunciando così a piacevoli serate e movimentate nottate in compagnia della sua Teresella; ma un’indagine che potrebbe costargli moltissimo anche sul piano professionale, con tutti i rischi che comporterebbe un suo eventuale fallimento.

Eppure, tra una coviglia e un sorso di Tocai, tra un motteggio con i colleghi e uno con il barista, tra incontri fortuiti con donne affascinanti, dalle quali l’ispettore ha la straordinaria capacità di far scaturire abilità straordinarie, dando quasi prova di una peculiare arte maieutica che sortisce i suoi incredibili effetti solo sul gentil sesso, Donnarumma arriva alla risoluzione del caso, sempre in bilico tra quella levità e quella profondità che tratteggiano la sua anima come un chiaroscuro.

Perché, da perfetto campano, Donnarumma ha in sé quella duplice natura che lo rende un po’ pagliaccio e un po’ filosofo, un Pulcinella burlone e chiassoso, i cui pensieri frizzanti talvolta sono venati da quella malinconia meditabonda che ne smorza i colori troppo vividi per restituirci un ritratto autentico di quella “grecità” che è ancora parte così splendidamente preponderante del corredo genetico del nostro Sud.

E in una Salerno che, in maniera non molto diversa da Napoli, vive in maniera estremamente polarizzata la dicotomia tra bene e male, presentandosi nella duplice veste di Salerno-Jekyll e Salerno-Hyde, con le sue due personalità che troppo spesso si mescolano rendendosi pericolosamente indistinguibili, Donnarumma si muove con grazia disinvolta, con i passi certi di un uomo che della vita e degli esseri umani ha conosciuto ogni aspetto possibile, che sa bene, amaramente bene, fino a che punto possano spingerci cupidigia e passioni, eppure non smette di cogliere la bellezza di quei piccoli doni che l’esistenza ci fa, di assaporarne l’essenza, di bearsi dell’effetto che hanno sulle ferite della sua anima.

E nonostante si parli di un delitto sanguinoso, dai dettagli macabri e il cui movente racconta una rabbia disperata nella quale ciascuno di noi potrebbe riconoscersi, alla fine del romanzo non ci si sente banalmente soddisfatti per aver risolto, idealmente insieme al protagonista, un caso.

La sensazione è quella di aver sciolto un nodo che, diversamente da Donnarumma, ignoravamo di avere nell’anima.

Quel nodo che, talvolta, pare spalancarci gli occhi solo di fronte alle brutture di ciò che ci circonda, rendendoci ciechi, sordi, anosmici, di fronte a tutto ciò che, per quanto piccolo, ci è data la possibilità di godere. Un bicchiere di fresco Tocai, una coviglia alla nocciola, un lungomare tinto d’oro e di fuoco dai colori sfacciati di un incantevole tramonto.

In fondo, come diceva Stefano Benni, la vita è uno spettacolo grandioso e terribile.

E forse proprio per questo, come direbbe Donnarumma, è uno spettacolo nel quale vale la pena avere il coraggio di essere protagonisti.

Romina Russo

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