“Ancora bella” di Linda Brunetta, Harper collins editore. A cura di Romina Russo

La bellezza è l’ossessione di ogni donna.

Viviamo in un mondo in cui al genere femminile non viene perdonato nulla, sul piano esteriore: se un po’ di pancia su un uomo maturo è sexy, i chili di troppo su una donna vengono visti come qualcosa di cui vergognarsi; se il capello brizzolato su un cinquantenne ricorda tanto Richard Gere, qualche filo d’argento in una chioma femminile pare gridare al mondo sciatteria e trascuratezza.

Eppure restare belle nonostante il tempo che passa non è necessariamente la chiave per la felicità.

Lo sa bene Amelia, la protagonista di questo delizioso romanzo, che, superati i sessantadue anni, con un divorzio alle spalle, quando si sente dire dal suo amante quarantenne di essere ancora bellissima, avverte chiaramente qualcosa spezzarsi dentro di sé.

Perché finalmente si palesa ai suoi occhi, con un bagliore accecante, una verità che la destabilizza: per tutta la vita, la sua cifra descrittiva è stata unicamente la sua avvenenza. In virtù della sua bellezza le sono state affibbiate una serie di etichette che hanno condizionato pesantemente la sua esistenza, spingendola a scelte che poco avevano a che vedere con i suoi reali desideri, e molto con ciò che gli altri si aspettavano che una donna così affascinante facesse.

E così, fin dalla sua prima volta, in cui si era concessa a un coetaneo anonimo e insignificante solo per non deludere le aspettative altrui, per passare poi a un matrimonio che agli occhi del mondo era qualcosa di già scritto, mentre per lei si era presto rivelato solo la copia sbiadita di un cliché di serenità domestica, Amelia si è lasciata trasportare dal vento del giudizio altrui, senza prendere in mano il timone della sua vita, vittima dei suoi stessi boccoli rosso fuoco, delle sue fattezze perfette, dei suoi abiti sexy che, come calamite, attirano gli sguardi ovunque si rechi.

E dopo un’altra relazione fallimentare con Francesco, un coetaneo insensibile e dispotico che la vede unicamente come un trofeo da esibire o un oggetto da usare a piacimento, Amelia capisce che è il momento di ritrovare se stessa, lontano dalla città e dai luoghi che l’hanno vista vivere con quella maschera che altri le hanno imposto.

L’ex suocera, prima di morire, le affida l’incarico di sistemare la sua casa in uno sperduto paesino di montagna.

Ed è qui che tutto cambia, che Amelia mette da parte i tacchi per gli scarponi da neve, baratta le scintillanti vie del centro per sentieri fangosi, i sentimenti posticci e le relazioni di plastica per qualcosa, o meglio qualcuno, che riesce a far breccia davvero nella sua anima, quella vera.

Adriano, un montanaro schivo e taciturno, pragmatico e misterioso.

Che, però, riesce a scavare dentro di lei, come una goccia di acqua sorgiva scava la pietra.

Riesce a scuoterla come il vento impetuoso che, sulle vette, agita le cime degli alberi.

Ad ammantarla di un nuovo candore come neve che, silenziosa e lieve, copre i tetti, le strade e i ricordi.

E per quanto tutto sembri così assurdo e impossibile, la spirale del cambiamento e del sentimento che cresce è un vortice inarrestabile.

Amelia ben presto si rende conto che non basta cercare un rifugio per allontanarsi dalla vecchia se stessa, ma occorre anche avere un progetto.

E quando ogni tassello troverà il suo posto nel mosaico della sua nuova vita, si concretizzerà anche un vero progetto.

A riprova del fatto che non è mai troppo tardi per ritrovarsi e che, assai spesso, il modo migliore per farlo è smarrirsi.

Talvolta ci rassegniamo all’idea di esserci spinti troppo oltre lungo un percorso tracciato per noi da altre persone, circostanze ed eventi.

Ma poi basta guardarci alle spalle e renderci conto di aver fatto come Pollicino, disseminando lungo il tragitto briciole di noi stessi.

E, a quel punto, la soluzione è davvero a portata di mano: dobbiamo solo avere il coraggio di raccoglierle, una dopo l’altra, per riuscire a tornare finalmente a noi stessi, o meglio, a casa.

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