“Ballate nere” di Diego Riccobono, Italic edizioni. A cura di Romina Russo

Una raccolta poetica non per tutti.

Lo troviamo già scritto nella prefazione.

E non si tratta di certo di una presa di posizione arrogante, di una premessa supponente, di un preambolo superbo.

No.

Niente di tutto questo.

Non è neppure un’avvertenza

Si tratta piuttosto di un monito, gentile e prezioso.

Il monito a farsi piccoli, a rannicchiarsi in un angolo, a lasciarsi travolgere da queste liriche senza opporre resistenza o porsi domande.

A lasciare che il suono delle parole di Riccobene, più ancora del loro effettivo significato, ci lambisca con ondate gelide e roventi al contempo, evocando atmosfere stigie, profondità insondabili, meandri di sensazioni, cunicoli di pensieri, spire perturbanti di disperazione, terrore e furore.

Scelte lessicali particolari e raffinate, preziosismi stilistici di epoche passate, costrutti sintattici da dipanare con riverente stupore, come matasse della seta più rara e pregiata.

Eppure, all’iniziale senso di straniamento che si avverte approcciandosi a componimenti tanto criptici e complessi, subentra ben presto il brivido ammirato di chi contempla un insondabile mistero e, pur non cogliendone fino in fondo significati e meccanismi, sa che la risposta stessa ai suoi interrogativi è proprio in quella bellezza impalpabile e spaventosa, in quell’oscurità che avvolge nel suo tepore, come velluto nero e soffice.

In quell’abisso di fonemi che fagocitano, come un ventre cupo e caldo pronto ad accoglierci.

In un buio rimbombante di frasi che come magma risalgono dalle viscere dell’esistenza, pronte a liquefare la nostra essenza nel più dolce degli incubi.

Un lirismo cupo, ma non per questo meno affascinante.

Ci si sente come se ci si specchiasse negli occhi pietrificanti di Medusa.

Come di fronte alla “Danza Macabra” di Notke.

Sembra di contemplare un ritratto del sublime, terribile e spaventoso nella sua magnificenza, proprio come lo intendeva Burke.

Ma in questo caso non servono colori, pennellate, paesaggi.

Bastano le parole.

Parole che vengono prima ancora della realtà stessa, che la plasmano, anziché limitarsi a descriverla, la modellano e la strutturano secondo quell’architettura impossibile, eppure perfetta, che trova nella paura, nell’istinto, nell’irrazionalità del nostro sentire, quei canoni infallibili che la ragione non può in alcun modo eguagliare.

“Ballate Nere”, che percuotono il suolo dell’anima con il ritmo spaventoso e ipnotico dei passi di Menadi impazzite.

Ma abbandonarsi a quella danza, a quella frenesia irresistibile e tremenda, è gettare un ponte per raggiungere il nostro nucleo più oscuro ed esecrabile.

Che però, dopotutto, è anche quello che ci rende così meravigliosamente umani.

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