La rubrica cinema e parole presenta. Due film a confronto: La morte ti fa bella V/S Sette anime”. A cura di: Aurora Stella

Visto che precedentemente avevo analizzato due film che potevano (in qualche modo) essere associati all’evoluzione divergente (antenato comune che dà origine a due specie diverse), oggi vorrei dare spazio all’evoluzione convergente (due specie diverse che arrivano a sviluppare caratteristiche comuni).

Nel caso di questi due film, il prodotto dalle caratteristiche comuni sarà l’ossessione per la bellezza in tutte le sue sfaccettature.

Chi non è attratto dalla bellezza? Chi può rimanere insensibile di fronte ad essa? Esiste una bellezza oggettiva oppure non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace? E la bellezza interiore come si stabilisce? Con l’autopsia? Esiste in quanto forma oggettiva o anch’essa è soggettiva? Si basa su una morale o sull’etica?

Potremmo stare qui tutto il giorno a porci domande sulla bellezza, ma sappiate che la risposta universale non esiste. Esistono però tentativi di decodificarla. Così si è compreso che, per ogni cultura, esistono dei canoni di bellezza che possono essere impacchettati, brevettati e venduti. Per i greci, ad esempio, la bellezza risiedeva nelle proporzioni e nella simmetria. Può sembrare strano, ma ancora oggi noi ragioniamo secondo lo schema del rettangolo aureo lasciatoci dai nostri antenati e trasformiamo la bellezza in un’equazione. Nel corso del tempo qualcosa può essere stata modificata, ma grossomodo simmetria e proporzione non ci hanno mai abbandonato. Gli occhi azzurri colpiscono di più se sono grandi e magari inseriti sotto una capigliatura scura. Gli occhi marroni, pur essendo più comuni richiamano la terra, il legno, rimandano a qualcosa di caldo. L’altezza è ritenuta “mezza bellezza”. Le gambe dritte sono meglio di quelle storte. Per alcuni i piedi piccoli (da qualche parte ,nel mondo, con il mio piedino “35” sarei venerata), per altri le mani curate sono sinonimo di bellezza.

Di una cosa però sono certa. Per gli uomini la bellezza è rimasta più o meno invariata, per le donne ha subito metamorfosi più drastiche. Se c’era la fame erano ritenute belle le donne grasse, se c’era abbondanza e libertà spadroneggiava la bellezza androgina.

E per la bellezza interiore? Stoltamente (anche prima che il Lombroso ne facesse un manuale) era sempre associata alla bellezza esteriore. Ancora oggi, in quasi tutti i contesti, se una persona è bella è anche buona. Il cattivo è sempre brutto. E, in questo contesto deformato, anche alcune caratteristiche ritenute belle, se calate in una circostanza di malvagità possono essere associate al brutto.

Non avete capito niente, eh?

Ve lo spiego subito.

Gli angeli hanno i capelli biondi, i demoni hanno i capelli neri. Anche tra le principesse Disney è così. Cenerentola e Aurora sono bionde. Biancaneve è l’eccezione. Dopo c’è Ariel che è rossa, Belle che è castana e così via. Una donna dai capelli neri è ritenuta buona solo se non appartiene all’etnia caucasica. Mulan e Jasmine sono buone anche se con i capelli neri, ma solo perché un’araba e una cinese bionda sarebbero improponibili.

Qualcuno ha provato anche a rimescolare le carte e a tirare fuori cattivi belli (basti pensare a Gian Maria Volontè nel ruolo del cattivo nei film di Sergio Leone) ma sono e restano sempre eccezioni. Nella mente di molti se sei bello, alla fine diventerai anche buono. Se sei brutto magari potrai compensare con la bontà, ma sarai sempre un’eccezione.

E questa assurda ricerca dell’armonia tra proporzioni e simmetria conduce a una mania: quella della costante e continua ricerca dell’eterna bellezza che coincide con l’eterna giovinezza e si prova a ricorrere a ogni mezzo. Dal nettare e ambrosia degli antichi dèi greci, alla ricerca della pietra filosofale (che però garantiva la vita non la giovinezza). Passando per vari e strampalati elisir. Tutto, pur di non vedersi appassire.

Ed ecco qui che si può anche morire pur di essere belle per sempre, come in La morte ti fa bella. Perché la vecchiaia è una storpiatura delle proporzioni. La forza di gravità ci schiaccia sempre più al suolo, lasciando visibile la curvatura della nostra figura, la pelle perde tono e il tempo si diverte a scavare solchi sul viso e fa raggrinzire mani e collo.

L’immortalità senza la bellezza è un’immortalità inutile. Non si allunga la vita, si allunga solo la vecchiaia. E in un mondo che viveva già di apparenza nel 1992 (figuriamoci adesso) non poteva tollerare la bruttezza.

E così, mascherata dietro a una rivalità per un uomo, (Bruce Willis che è fantastico in questo ruolo da sfigato) si affrontano Maryl Streep e Goldie Hown a colpi di tutto ciò che capita. Dalle fucilate alle coltellate agli intrighi per annientarsi reciprocamente, fin quando non comprendono che fare fronte comune è meglio. Soprattutto se il tuo corpo morto richiede un tagliando ogni tanto e soprattutto se hai a disposizione un marito /amante che di mestiere fa il chirurgo plastico.

E mentre le due morte viventi cercheranno ogni mezzo per accaparrarsi il loro meccanico di fiducia, proprio lo sfigato Bruce Willis, inguardabile dietro gli occhiali e una improbabile pancetta, (per l’epoca era al massimo della forma) e l’atteggiamento da Fantozzi della situazione riesce a scavalcare l’ostacolo di non essere altro che un uomo manipolato dalla bellezza esteriore e per quella aver stranamente vissuto invano. Solo la bellezza del cuore riuscirà a fargli dire che la vita comincia a cinquant’anni. Ammirabile e voluta non a caso anche la partecipazione di Isabella Rossellini. Proprio ei che aveva resistito fin oltre i quarant’anni come testimonial di prodotti di bellezza, ma presa a calci nel fondoschiena perché ritenuta vecchia, appunto. Stupida vanità del mondo consumista: reclamizzare un prodotto di bellezza utilizzando uno bello e giovane. Anche l’acqua fresca, se sei bello e giovane, ti mantiene tale. Se volete convincermi che un prodotto sia vincente, prendete una ragana, trasformatela in una fata, forse penserò che il prodotto vale.

Forse.

Da cinquemila anni a questa parte non è cambiato proprio niente.

Mi viene in mente, a questo proposito, la scena del combattimento finale dell’Ultimo samurai, dove un morente Ken Watanabe osserva i fiori e si rende conto che non esiste un fiore perfetto perché in realtà lo sono tutti.

Ecco il segreto della bellezza. È la bellezza interiore che fa fiorire quella esteriore. Diventi bello nel momento in cui qualcun altro ti vede bello.

Ed è quello che accadere in Sette anime, dove Will Smith, per riparare un danno irreparabile, sceglierà di dedicare la sua vita alla ricerca di qualcuno che sia meritevole del dono della vita e possa godere appieno della bellezza.

Tuttavia, sia nel primo che nel secondo film, la ricerca della bellezza porta inevitabilmente alla morte anche se per motivazioni diverse. Nel primo caso perché è l’unico modo per interrompere il ciclo naturale degli eventi e paradossalmente aprire una via all’immortalità. Si muore per rimanere giovani e belli anche se, proprio come accade per i manichini occorre avere cura del proprio corpo. Nel secondo si muore per donare la bellezza a chi ne è stato privato.

In entrambi i casi, pur partendo da presupposti diversi, contesti diversi, generi diversi, finalità diverse, entrambi i film convergono nell’unica direzione a cui la bellezza porta, se non le si mostra il rispetto dovuto. L’ossessione.

Che sia per donarla che per riceverla la bellezza esula dall’ossessione. La bellezza esiste solo per la contemplazione e anche nel decadimento e nell’errore occorre imparare a guardare in altre direzioni.

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