“Buie” di Irene Visentin, Augh. A cura di Romina Russo

Buie come la notte che abita gli anfratti più reconditi dell’animo femminile.

Buie come la disperazione e la solitudine che con artigli impietosi dilaniano le fragili fibre, affamate di luce e di tenerezza, di donne condannate a tollerare l’intollerabile.

Otto storie, otto donne, otto abissi di perdizione e di dannazione.

Scelti consapevolmente, in alcuni casi; abbracciati con voracità bulimica come extrema ratio, in diversi altri.

Perché c’è la donna che sceglie di uccidere per conservare intatta la bellezza perfetta e innocente di una bambina e impedire che il trascorrere del tempo la renda, inevitabilmente, corruttibile; e la ragazza che, invece, lo fa per vendicarsi dei soprusi di un uomo violento che l’ha rapita e ridotta in schiavitù.

C’è la donna che, invisibile nel suo malessere agli occhi del compagno, dei colleghi di lavoro e dei medici che dovrebbero aiutarla, si avvia a distruggere se stessa e tutto ciò che la circonda noncurante delle conseguenze, ma decisa unicamente a far cadere, una volta per tutte, quelle maschere dalle quali è stanca di essere circondata in ogni ambito.

C’è la bambina che, nonostante la sua sordità, riesce a sentire e vedere molto più di quanto riescano a fare gli adulti che la circondano, a distinguere nitidamente l’oscurità che alberga nelle loro anime, a proiettare con la sua purezza un raggio di luce gravido di speranza tra le ombre che sembrano popolare il suo mondo.

C’è sangue, paura, agonia.

C’è il suono di singhiozzi soffocati, di urla strozzate, di pianti lasciati morire nel petto, di lamenti strozzati in gola.

Il frastuono silenzioso e assordante del dolore che di tante, troppe, donne, è l’unico compagno davvero fedele, aguzzino lento e instancabile, Pigmalione sadico e perverso, artigiano abile e indefesso nel suo plasmarle, con pazienza, lentamente, in mostri assetati di vendetta.

E tutto ciò viene raccontato con un linguaggio crudo, diretto, senza fronzoli.

Parole aspre, impietose, taglienti.

Cocci di vetro disseminati lungo una strada che, le esistenze che ci vengono narrate, possono percorrere solo a piedi nudi.

Non c’è nessuno che possa prendere in braccio le fragili creature per le quali è stato tracciato un simile destino.

O offrire loro un briciolo di tenerezza che, come un paio di scarponi comodi e resistenti, potrebbe proteggere i loro passi lungo sentieri tanto impervi.

Sono donne destinate a farsi male. E a far male.

Come sempre accade a chi viene abbandonato a se stesso.

A chi possiede una voce, ma non ha nessuno cui poterla fare ascoltare.

A chi ha un cuore che trabocca, ma che vive in un mondo troppo angusto per potervi far defluire quella piena impetuosa di emozioni.

Le cose più importanti sono le più difficili da dire […] non perché manca una bocca che sappia parlare, ma perché manca un orecchio che sappia ascoltare.”

Così scriveva Stephen King.

E noi donne lo sappiamo bene.

Lo sappiamo meglio di chiunque altro.

Siamo intrise di dolore, di quel dolore che è il prezzo da pagare in cambio dell’onore di dare la vita, di quel dolore che ci squassa l’anima e il petto al minimo vacillare di delicati equilibri chimici nel nostro corpo.

Di quel dolore cui non sappiamo dare un nome.

E che, ogni volta che ci proviamo, ci fa apparire ridicole perfino a noi stesse.

E se quel dolore viene ignorato dal mondo, o addirittura deriso, ecco che, per molte di noi, il nostro essere dee, generatrici di luce e di vita, avvizzisce, si arrende, svanisce.

Ed ecco che l’unico aggettivo che può descrivere adeguatamente anime similmente denutrite diventa…buie.

Eppure, anche nella disperazione più cieca, c’è qualcosa che ammanta di un’inspiegabile dignità queste antieroine.

È la rabbia composta di Ifigenia, la lucida follia di Medea, il rancore paziente di Clitennestra.

Buie, come le vicende di cui si trovano, loro malgrado, ad essere protagoniste.

Buie… eppure ugualmente capaci di illuminare, con sincerità accecante, quei viluppi convoluti e oscuri che ombreggiano e soffocano i palpiti di tante esistenze.

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