“Dizionario dell’abbandono” di Francesco G. Capitani, Scatole Parlanti. A cura di Patrizia Baglioni

A volte le recensioni vanno al contrario, capita quando un libro ti prende alla sprovvista, quando non si lascia inquadrare, quando provi a definirlo ma sfugge a ogni definizione.

E io amo questi libri, perché mi obbligano a riflettere sugli intenti dell’autore, sui messaggi inseriti nel testo e sulle parole.

Dunque DIZIONARIO DELL’ABBANDONO, non è un romanzo anche se il linguaggio suggestivo e ricercato lo fanno sembrare tale, non è sicuramente un saggio anche se l’andamento metodico con cui i concetti sono illustrati ricordano uno scritto procedurale, non è uno scritto morale o psicologico anche se tante corde dell’anima sono toccate da vicino.

Provo allora ad uscire dalla convenzione letteraria, e mi lascio trasportare dal testo.

In questo caso vado al centro del titolo: l’abbandono.

Francesco Capitani si avventura in una missione complessa, indagare edifici, manicomi, cimiteri, case completamente lasciate a se stesse e all’incuria.

Egli si addentra tra ruderi alla scoperta di una identità passata dei luoghi in un viaggio tra malinconia e consapevolezza e mentre va in esplorazione di ciò che resta, immagina ciò che è stato, delinea una storia, ricostruisce vite.

Nessuna occasione è persa, l’autore cerca luoghi abbandonati ed entra in sintonia con loro, si lascia assorbire dai dettagli, dona loro il suo tempo in cambio di impressioni, riflessioni, spunti di esistenza.

La ricerca non è mai azzardata, ogni escursione è programmata, Capitani si informa sul luogo, sulla sua storia e si avvicina ad esso come ad un amico da tempo desiderato ma ancora sconosciuto.

Certo è che per comprendersi bisogna trovare una mediazione, bisogna utilizzare il giusto linguaggio.

“Quello dell’abbandono è un alfabeto diverso, nulla somiglia a quello della vita comune, e richiede una percezione anticipatoria dei tempi: in certi istanti immaginavo alcune abitazioni, rigogliose di fiori e di vita, già lasciate a marcire, come quelle poco prima abbandonate. Eppure pulsavano di un rosso scintillante – al mio passaggio pare avvedessero il pericolo.”

Il mondo dell’abbandono è dormiente e sembra riprendere vita al tocco dell’autore che non solo osserva, ma ne riporta le qualità quasi annullandosi, dimenticandosi la sua voce.

Con rispetto e delicatezza Capitani entra in luoghi ignorati ma ancora integri nel loro pudore, la materialità ormai smembrata si scontra con uno spirito conservato dalle mura, dalle impronte dei mobili, dai materiali utilizzati nella costruzione e di quelli di uso comune.

Ecco, verrebbe da dire che l’abbandono sia un varco nel passato e tanta modernità, l’eccesso di ordine del nuovo, quando si torna nel mondo civilizzato quasi disturba, l’autenticità sembra conservata solo dai luoghi persi, che si mostrano senza artifici.

Emblematica è la visita al manicomio, l’autore dopo una riflessione su quegli autori che hanno prodotto opere d’arte intramontabili in carceri e case di cura come Gramsci, Holderlin e Russell, si interroga sulla pazzia e sulla possibilità che essa sia “il sogno della modernità efficientistica, la pazzia non si vede, dunque non esiste”.

Si sta forse parlando di un mondo passato?

No, la nostalgia è presente come sentimento di conforto, ma ad essere centrale è la dimensione antropologica dell’abbandono, anche noi siamo stati creati per passare e lasciare di noi solo segnali, gli stessi che l’autore indaga.

Essi sono appigli che permettono di ripristinare identità e qui la creatività respira, prende il largo.

Che cosa siamo, cosa lasceremo, quali impressioni riceveranno i posteri e soprattutto cosa rimarrà di noi?

Ed ecco che l’abbandono perde il suo statuto di solitudine e acquista una nuova veste, quella della relazione, del contatto significativo e del sentimento supremo: l’amore.

Resto stupita di fronte alla complessità semantica delle parole, non avevo mai riflettuto sul rapporto tra amore e abbandono e ora mi concedo un momento per farlo.

Rileggo le ultime pagine del libro, torno alle prime e la soddisfazione per questa lettura cresce perché ad ogni momento si accrescono i significati che ne colgo.

D’altronde da un dizionario non potevo aspettarmi meno.

Grazie a Francesco Capitani e a Scatole Parlanti per questo testo inusuale quanto necessario, che scoordina il pensiero e permette una ricerca.

Di me ho scoperto una cosa, avevo paura dell’abbandono ed ora invece…

Vediamo cosa l’abbandono susciterà in voi.

Buona lettura e buona scoperta.

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