“Wu” di Nunzio di Sarno, Bertoni editore. A cura di Alessandra Micheli

E’ strano come le parole fluiscano da me come se avessero vita propria e non appartenessero al mio essere.

Sono prestiti che scendono per grazi dall’alto di un iperuranio che conserva la parte importante di me stessa.

Quella che non riesco a manifestare nell’immediato, che sedimenta quando mi arrogo di andare cosi veloce, quasi spinta dalla frenesia di questo mondo, scordandomi che è nel qui e ora che avvengono i veri miracoli.

Ecco perché io amo davvero i libri.

Sono parti di me.

Non appartengono a chi li scrive, che è solo il messaggero, ma a una dimensione dove, certi valori, certi ricordi e certe necessità servono all’evoluzione della nostra mente.

E che un domani, quando l’avventura sarà conclusa e noi riposeremo come stanchi viandanti apparterranno alla memoria del tutto.

E non è un caso che Wu di Nunzio di Sarno arrivi dopo un’esperienza troppo colorata, troppo cacofonica e forse troppo esaltata.

Una in cui si correva a riempire il vaso dell’io, rischiando, troppo spesso, di farlo traboccare.

In questi frangenti il vuoto e il silenzio, persino la solitudine sono avvertiti come il male supremo.

Come sconfitta, come sintomo che anche nella nostra civiltà cosi evoluta e progredita in fondo esistono paria.

Li ho visti negli occhi di persone che si muovevano solo in base alla forza della passione e non dei numeri.

E che sapevano che in un contesto improntato al riempimento assoluto di ogni canopo, loro potevano passare come perdenti.

Eppure Wu ci ricorda, anzi mi ricorda quanto il vuoto sia un bene prezioso.

Quanto io si in disaccordo con quella definita, erroneamente, come civiltà occidentale, come se noi in questo mondo chiamato occidente, fossimo solo marionette felici di essere gestite dal Mangiafuoco di turno.

Scontro e competizione.

Successo e apparenza.

Vuoto che deve essere a forza riempito anche a costo di formare pozzanghere ree di diventare poi stagnanti.

E ogni volta che la mia anima abbracciava la calma, quel silenzio definito zen era il movimento convulso a attaccarla, fingendo di proporre un alternativa valida che si verificava ogni volta che si raggiunge l’acme di ogni esperienza, di ogni trasgressione, di ogni emozione.

Fino a volerne sempre di più, fino a diventare drogati, dipendenti da questi eccessi.

Ed è un caso che Di Sarno abbia voluto inserire proprio nel prologo una frase di Zhuang Zi?

Chi perfeziona la propria natura ritorna alla virtù originale.

Chi raggiunge la propria virtù primitiva si identica con l’origine dell’universo e, attraverso quella, con il Vuoto.

Il vuoto è grandezza.

È simile all’uccello che canta spontaneamente e si identica con l’universo. Quando si identica perfettamente con l’universo, appare ignorante e oscuro. Raggiunge la virtù profonda e si inabissa nell’armonia universale

In questa raccolta si trova non solo l’arte della parole e della sua forma poetica, ma anche un nuovo eppur antico paradigma che si oppone al pensiero massificante e imperante: non un riempire convulso ma una ricerca dell’origine, di quel vuoto che era all’inizio e che rendeva magico il mondo con le sue innumerevoli possibilità.

Oggi che il concetto e la rigidità di ogni posizione che per sua natura diventa inflessibile creando inevitabilmente schieramenti, Wu è la libertà di essere ogni volta, di morire al se per poter rinascere in ogni forma e quindi raggiungere quel tutto che compenetra, avvolge, accoglie e sorride.

Quel tutto che è onnicomprensivo e compassionevole, quel tutto che manca da troppo tempo e ci rende orfani e soli, più soli in questa condanna infernale della ricerca del riempimento a ogni costo.

Dentro secondo la filosofia di Wu tutto esiste e tutto si trasforma e nulla sottolineo nulla si distrugge.

Ed è quando si scende dentro il nucleo privato del se che il mondo cambia identità, colore e forma.

Ed è allora che noi possiamo davvero trasformare tutto ciò che ci circonda, ideali, valori ma persino scenari.

Persino ciò che osserviamo grazie al vuoto interiore perde quei suoi rigidi connotati e diventa meraviglia, curiosità e libertà infinita.

Cosi mentre

L’orologio si affanna

fuori tempo

scoppietta il fuoco.

Ecco il vero segreto della felicità.

Quello che tutti noi cerchiamo come fosse la coppa da cui dissetare la nostra terra desolata, quel Graal decantato da bardi e trovatori:

vuoto il cortile

il sole riscalda

anime assenti.

E cosi parole che ci terrorizzano, diventano dolici e lievi, come quel vento di primavera che rinfresca un volto accaldato da tanta, inutile, assurda corsa.

Semplice.

Immediato.

Necessario.

Assoluto richiamo alle anime ingabbiate da un Arconte crudele.

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