“Anime in chiaroscuro” di Michele Cacace, LFA pubblisher. A cura di Alessandra Micheli

Un libro delicatissimo nonostante una scrittura potente quello di Michele Cacace.

Cinque racconti che non sono soltanto un valido esempio di arte della narrazione ma che rappresentano una reazione contro la banalità di un male che consideriamo invincibile.

Contro le nostre scorie quelle che ci fanno subire le angherie in una corsa disperate per la sopravvivenza.

Ed è questo nostro tentativo di salvarci, di galleggiare nel mare dell’incertezza del quotidiano, piuttosto che scegliere il coraggio di cavalcare le onde, ci rende in fondo morti dentro.

Contro il pregiudizio che offusca la nostra essenza più pura, dividendo il mondo in santi e bastardi.

E quella fatica che consideriamo quasi la maledizione di un dio che sembra averci abbandonato in questa strana landa deserta, dove non riusciamo più a vedere la meraviglia dello sbocciare dei fiori.

Tutte emozioni in chiaroscuro che il nostro autore sa tratteggiare affascinando con la sua prosa e stimolando il pensiero.

Il testo è denso di significati cosi come di stili, si intreccia il mistery dalle sfumature gotiche, con la critica sociale di stampo dickensiano, per arrivare con grazia alla satira che ricorda lontanamente la meravigliosa pierce teatrale di Ugo Betti.

Ed è l’ultimo racconto il mio preferito, parabola di una pubblica amministrazione senza anima, troppo impegnata a coltivare il proprio orticello più che a servire il cittadino.

Ecco che con un tono di amarezza che si conclude questo viaggio poetico e a tratti oscuro.

Ed alla fine che si comprende l’essenza e il sogno di questo ardito esperimento letterario: non interessa tanto raccontare di cose già viste, di temi già trattati, di moralismi che sanno di scialbo e fasullo, quanto incunearsi e insinuarsi nelle cesure di anime che non sono ne luminose ne oscure.

Ma ondeggiano tra i toni del grigio, quella penombra capace però di incantare con quel suo quieto sentore di meraviglia.

E di meraviglia il libro tratta.

Che sia la meraviglia crudele di un borgo fantasma, rinchiuso nel suo eterno immobilismo sociale, in quella sua tetra capacità di ammutolire la coscienza e sottomettersi alla brutalità senza spiegazione del potere.

Che sia il racconto lieve e reale di una famiglia che oppone una ferrea resistenza a un destino fatto di povertà e di ferite.

Che sia lo stravolgimento di ogni teoria che divide il mondo in buoni e cattivi, in santi e peccatori.

Ed è questo il racconto che più di tutti getta una luce sulla poetica del Cacace: non esiste nessuna anima che sia destinata alla dannazione eterna, all’oscurità dell’abisso.

Esiste forse l’ignoranza, esiste un mondo che quasi ti costringe ad accettare il compromesso per ottenere la sopravvivenza, esiste l’erronea convinzione della predestinazione, dell’impossibilità a sognare una vita diversa a scelte disastrose. Esiste la fatica di ogni giorno per poter ritagliarsi un posto in questo mondo cosi cruento.

Esistono anime che brillano nonostante la violenza a cui sono, di volta in volta sottoposte.

E’ l’esperienza dell’abisso a regalare ai protagonisti la liberazione finale, cosi come nel racconto del Gigolò.

Anima nel fango, anime che per quelle scelte non vanno condannate.

E in questa lettura non può no riecheggiare la bellissima frase del compianto De Andrè che può magistralmente raccontare anime in chiaroscuro meglio della sottoscritta:

Nei quartieri dove il sole del buon Dio

Non da i suoi raggi

Ha già troppi impegni per scaldar la gente

D’altri paraggi…

Se tu penserai e giudicherai

Da buon borghese

Li condannerai a cinquemila anni

Più le spese

Ma se capirai se li cercherai

Fino in fondo

Se non sono gigli son pur sempre figli

Vittime di questo mondo

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