“Il Santificatore” di Marcello Antelao, Arpeggio libero. A cura di Alessandra Micheli

Lascio che l’ultima pagina venga amorevolmente sfogliata dalle mie impazienti dita e mi faccio cullare dalla bravura di Antelao.

Prima che io sia in grado di riordinare le idee e possa raccontare a te mio lettore, questo libro affinché anche tu possa godere di tale bellezza.

E non è facile.

I termini non arrivano quasi mai quanto il libro è riuscito a catturarmi.

Le frasi stentano a uscire fuori dai tasti, quando un libro mi ha rapito facendo sospendere il tempo.

E mi trovo cosi fragile di fronte all’arduo compito di intrigarvi, per poter dare a questo tesato la giusta linfa vitale acciorchè divenga eterno.

Perché il Santificatore se lo merita davvero.

Nel marasma spesso indistinto di tanti, troppi forse thriller, esso spicca, per svariati e ovvi motivi.

E’ scritto bene, la trama convince e non scade mai nel banale.

Il tema incuriosisce e seppur tosto da affrontare, viene sviscerato con somma eleganza dal nostro provetto bardo.

E i protagonisti sfuggono alla condanna che li rende, troppo spesso mere caricature in cerca di un posto al sole.

E per farlo devono schierarsi o dalla parte della luce o da quella delle tenebre. Antelao riesce a dipingerli in modo “umano” e non idilliaco senza forzature, senza cadere nel trito dramma dell’incompreso, del sofferente, del bello e dannato.

E senza pertanto ricorrere a noiosi cliché ma semplicemente prendendo spunto dalla vita.

E’ infatti quella protagonista di quest’intricata indagine dove la religione e la giustizia, si sposano con l’egoismo e la prosopopea tutta umana di chi tenta di riparare ai torti usando l’arma della violenza.

Un tema apparentemente scontato che però, è ricco di sfumature e cosi complesso da poter, se non approfondito, diventare una caricatura.

Il serial killer “religioso” spesso diviene una macchietta, una sorta di ironica storpiatura che non crea affatto quell’atmosfera di suspence necessaria al lettore per rabbrividire di fronte a certi atti efferati e anche a chiedersi il perché l’esse umano giunga alfine a toccare quasi lieto e felice, le sponde dell’abisso.

Come può, infatti, qualcosa di puro come il sacro diventare strumento di tortura e quindi abominio?

Il segreto sta nel raccontarlo in ogni sua dimensione.

Che viaggia dalla purezza più assoluta all’impurità più bieca, concetti contenitui in una sola parole: sacer.

E’ da questa dicotomia quindi che si sviluppa l’azione del killer, intento a Santificare, appunto come suggerisce il titolo, questo mondo deviato da tanti, troppi peccati e tentazioni.

Ed è in quella soporifera quiete, in questa tenebra che nasconde il male che l’orrore si consuma.

Ed è dalla stessa dicotomia che sembra richiamare in fondo il termine stesso di santo e di sacro che ci si risveglia da un torpore strano, rendendoci consapevoli che la tempesta, come suggerisce il detto popolare è acquattata nell’angolo del cielo più terso e sereno.

Il santificatore è un libro evocativo, oscuro e al tempo stesso forte e complesso, affonda le sue mani nervose nel terreno fecondo del mito e del mistero, usa il passato e il fervore religioso per riportare la creatura uomo al suo stadio primordiale: quello di essere indifeso davanti non tanto a dio quanto alla parte d’ombra che quel dio lo affronta, lo contrasta e spesso lo sfida.

Con una scrittura raffinata ma al tempo stesso semplice Marcello Antelao delinea una scena del crimine che gronda di mistero, che usa un testo innocuo come quello di Jacopo da Varagine in un arma affilata e crudele, pronta a incidere il corpo sociale e a lasciare ferite aperte, ma davvero rimarginate.

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