“L’eredità del male” di Antani e Mascetti, Golem edizioni. A cura di Alessandra Micheli

E davanti al foglio anche stavolta la mente tace.

Mi spiegate come diavolo posso parlare di un libro del genere?

Impossibile mio lettore.

Stavolta davvero sono rimasta senza parole, senza frasi da tirare fuori, incantata, stupita, affascinata dalla bravura dei due artisti.

Perché questo sono, artisti della parola, creatori di un mondo che conosco ma che tento di non guardare fisso negli occhi.

Perché sostenere lo sguardo della realtà non è affatto facile.

Noi dobbiamo cercare di preservare la nostra anima, proteggerla dagli artigli affilati della corruzione che ghigna sadica alle nostre spalle.

Tutelarla dall’orrore perpetrato non certo da un demone o da qualche oscuro stregone.

Ma dal sistema creato dall’uomo stesso, quella creatura cosi perfetta e cosi amata da dio.

E se vogliamo credere nel miracolo della vita, gli occhi ogni tanto dobbiamo chiuderli.

E rischiando il pericolo di far ripeterete all’infinito gli stessi errori che sanno proliferare nel silenzio complice e nella distrazione di chi finge che il rumore cacofonico non sovrasti la voce della coscienza.

E cosi il male diventa una nostra eredità, perché no si arginano mai le sue rive. Perché non si mette mai un freno al suo flusso.

Lo si ignora, permettendogli di muoversi indisturbato e sinuoso, fino a lambire la desolata terra del nostro io.

Ecco che la nostra eredità è spesso fatta di orrori, di dimenticanze, di pregiudizi che prolificano come la muffa sulle pareti incrostate di magioni dimenticate dal sole e da dio.

Si arrampica e ovatta il cuore e ci impedisce di sentire e provare orrore per ogni grido.

Ecco che questo libro giunge come uno schiaffo feroce nel volto.

Fa male, arrossa la pelle e diventa questo grido disperato di chi ha bisogno di essere ascoltato per non morire nell’oblio.

Donne dimenticate, nomi polverosi negli annali del tempo, un tempo in cui si odiava la diversità.

E la si condannava a un esilio in strutture marce e ai margini della società.

Con regole che sembravano uscite da una preistoria sena umanità.

Ecco di cosa parla l’eredità del male.

Di pazzia, che poi pazzia non era se non la voglia e il bisogno di guardare la vita da un altra prospettiva, di danzare sotto la luna incurante dei dettami della società.

Dalle pastoie di una consuetudine che non era altro che prigionia.

Donne rese oggetti, private di diritti, vilipese e martirizzate da una medicina senza etica.

Che tradiva solamente se stessa e la propria essenza.

Complice una politica che tentava disperatamente di mantenere soltanto il suo potere, i tentacoli vischiosi sul nostro mondo, su quella comunità che si disgregava di fronte a tanti troppi sbagli.

Che mascherava e maschera la violenza con la necessità, il bisogno di sicurezza con la sopraffazione.

Ecco il contesto di un libro che mi ha letteralmente spaccato il cuore.

Fatta fremere, fatta incazzare.

A ogni manomissione di un diritto, a ogni tentativo di lasciare impunito il marcio, lasciato a prolificare sotto il tappeto elegante che tanto abbiamo protetto, quella patina di rispettabilità di un mondo che lentamente crollava sotto i colpi di un tempo stanco di essere ignorato e sottomesso.

L’eredità del male non passa in silenzio dentro di me.

Ne i suoi protagonisti, ne il dolore, ne la rabbia ne le storie che racconta e che in fondo sappiamo essere storie che abbiamo realmente vissuto.

Per quegli uomini etichettati, per noi che abbiamo lasciato che quelle etichette li soffocassero.

E mentre la trama non perde mai ritmo, mentre gli eventi si susseguono e ti spingono a dover leggere e leggere ancora, come se il libro stesso contenesse una malia che impedisce al lettore di chiuderlo per respirare, mentre le parole scorrono e non puoi non innamorati di Pavan, la tua coscienza si desta e inia a ruggire come un leone per troppo tempo tenuto in gabbia e anestetizzato con pallide scuse.

E per quel ruggito beh è valsa la pena di leggere fino a notte fonda.

E valsa la pena di restare davanti al foglio incapace di scrivere una degna recensione.

Perché finalmente un libro compie il suo dovere: risveglia e fa alzare fiero lo sguardo e specchiandoti senza più alibi ripenserai a quando hai iniziato la lettura:

all’abisso nel quale si trovava, e dal quale, giorno dopo giorno era riuscita a uscire con la sua forza di volontà. Ora era diventata una donna matura, sicura delle proprie scelte.

Grazie

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