“Il giro in più” di Rosella Mele, L’euridita. A cura di Alessandra Micheli

Si dice che è il destino a dominare con mani fameliche le nostre vite.

Si dice che dal fasto non si può scappare e che, dentro di noi è scritta tutta la nostra storia, tutto il copione che da bravi burattini dobbiamo solo recitare, con minor o maggior vigore a seconda del talento da teatrante.

Si dice che sopra di noi un barbuto crudele dagli occhi di brace ride muovendo con grazie quei fili a cui le nostre fragili esistenze sono condannate.

Si dice che alla fine la libertà di scelta è soltanto un’illusione, che non abbiamo nessun potere su questa vita, sempre comparse e mai protagonisti.

Ed è questo il peso che ci portiamo dietro da tempo, da secoli, dibattito mai davvero concluso, oggetto di discussioni nei salotti colti e adornati da figure evanescenti di intellettuali.

E cosi il giro in più si presenta proprio in questo modo: una storia scritta, una storia di chi decide di prendere un copione e raccontarlo a noi lettori, quasi avvinti dalla storia e allo stesso tempo incapaci di accettarla davvero.

Incapaci di concepire in un animo infantile, nell’animo di Nina tutto quel livore, quella rabbia, quell’incapacità di empatia che deriva da un evento cosi semplice, cosi banale cosi forzatamente definito bello.

La nascita di una sorellina.

Un altro essere umano venuto a turbare, non volente, la tranquilla routine di una bimba.

E quell’evento inatteso che dovrebbe essere circonfuso di meraviglia per una distrazione diventa una ferita che determina, in modo quasi fatalista, un percorso di vita.

Nina diventa cosi chiusa e quasi anafettiva.

La sorellina si rinchiude in una prigione creata dal rifiuto della sua stessa carne. E sullo sfondo due genitori che non comprendono il perché di tanto livore.

E cosi Nina ci racconta tutto questo suo malessere, incomprensibile, a tratti crudele, insensato e infantile.

Un rifiuto che non riguarda soltanto una nuova nascita ma la sua stessa vita, che prenderà la piega di una continua e ossessiva ricerca di attenzione, di palchi su cui emergere in solitaria, di una costante ricerca della propria identità messa in discussione dall’altro.

Perché l’altro, che sia una sorella, un amico o un mero incontro non è altro che lo specchio che riflette il nostro io più profondo, la nostra fragilità, la pura e persino quella tendenza a rinnegare in modo deciso ogni imperfezione. Ùb

Perché la vita di Nina sta per essere evidenziata come imperfetta.

Il suo mondo non sarà affatto cosi sicuro e cosi idilliaco come il suo sguardo di bambina crede.

Dal primo ostacolo, dal rifiuto della mamma del giro in più ella vedrà le contraddizioni, le storture di un mondo che rinnega la fantasia, che deve per forza toccare con mano la perfezione.

Ed è per questo, per quest’educazione cosi confusa che Nina avvertirà come sbagliato l’arrivo non contemplato di un altro, visto non come un aggiunta ma come una lacerazione del suo confortevole nido.

E la sua vita si riavvolgerà come un nastro davanti all’orrore che si palesa con crudeltà davanti ai suoi occhi, chiusi da troppo tempo, su quella sua figura cosi infantile e ma cresciuta avvolta su se stessa per proteggersi da chissà quale nemico.

E ci si accorgerà che bastava un sorriso in più, un giro in più di macchina per ascoltare la propria canzone preferita, un attimo in più, un abbraccio o un sorriso complice per scrivere un altra storia.

Per tornare forse al punto di partenza e cambiare radicalmente il destino.

E Nina solo nell’istante in cui tutto crolla, in cui schegge di dolore le attraversano il cuore, riuscirà forse a fa pace con l’altra parte di se, quella sorella avvertita solo come una possibilità mancata.

Come una mano mai stretta, come un sorriso che non ha mai toccato davvero gli occhi.

Sullo sfondo di una Crotone rinchiusa su se stessa, troppo impegnata a recitare la commedia della piccola borghesia, tutta intenta a escludere chi mal si adattava alla consuetudine considerata il verbo divino, Nina ci porta con se, nella sua rabbia, nel dolore, nel rimpianto, in quell’attimo in cui vorrebbe soltanto tornare indietro..

dammi solo un attimo

e vengo a prenderti.

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