Review party “Vittime innocenti” di Angela Marsons, Newton Compton. A cura di Alessandra Micheli

appartenènzas. f. [der. Di appartenere; nel sign. concr., dal lat. Mediev. Appertinentia]. – 1. a.L’appartenere, il fatto di appartenere: l’a. a un partito politico, a un gruppo, a una classe sociale. b.Ciò che appartiene, spettanza, proprietà: prese tutto ciò che era di sua appartenenza. c.Con senso concr. (oggi poco com.), ciò che ha relazione con, o che è proprio di qualche cosa; pertinenza, accessorio, attribuzione:notata con il simbolo (stilizzazione della lettera greca E); per es., a∈ Iaappartiene a I»).

Scritto nero su bianco vi riporto il significato di questo astruso termine, tanto declamato ma forse mai realmente compreso.

Riguarda sopratutto la sfera emotiva di un soggetto che dallo stadio di innocenza passa a uno più consapevole, consapevole di essere membro di una comunità, di uno schieramento, di un sentimento condiviso o più banalmente di un gruppo prestabilito.

Non si tratta certo di una condizioni oggettivamente definita, sempre che per urlare con compiacimento tale sentimento non vi tatuiate un simbolo sulla pelle.

Cosi come prevede il rituale di passaggio di molte tribù considerate erroneamente dal nostro egocentrismo, primitive.

E queste sono solite a tentare di mostrare in senso fisico proprio questa sorta di emozionalità o di convinzione.

Essere scelti, eletti, essere parte di un legame più profondo che ci unisce in un qualcosa che da un senso alla nostra strana esistenza è un po’ quello che ci definisce esseri umani.

Sempre in cerca di chissà cosa, sempre un po’ insoddisfatti e soli, mai del tutto convinti di essere dei respiri di dio e sempre con il dubbio che, in fondo, non siamo altro che frutto di un momento goliardico o peggio di distrazione. Ed è quest’inadeguatezza a cui si risponde con l’idea del clan, dell’ideologia o del gruppo, come se tutto questo potesse donare una risposta a arcane e metafisiche domande.

Chi sono?

Dove sto andando?

Non sono solo mere speculazioni dell’intellettuale di turno.

Sono bisogni, il bisogno di vederci chiaro in quel sentiero lastricato di sassi appuntiti, di sentire una specie di sollievo che dia un significato persino al dolore, alla fatica e alle lacrime.

E cosi di volta in volta qualcosa di chi è stato preso, inglobato, educato, dato una sorta di codice comportamentale con una sola grande ma apparentemente banale richiesta.

Fedeltà assoluta.

E magari cedere un pizzico di libertà personale e un altro pizzico di coscienza. Il prezzo da pagare per entrare di diritto come eletti e non come osservatori non partecipanti nell’escatologia di turno.

Ma per essere un noi è necessario quasi sempre non solo rinunciare all’io, quella è la parte meno difficile.

Perché in fondo essere un io ha bisogno di un passo ulteriore, di una crescita dolorosa e mai semplice che presupponga l’osservazione diretta a uno specchio deformato.

No per essere un noi abbiamo sempre bisogno di un loro.

Di un altro gruppo antagonista, diverso e in quella diversità legittimare, ogni volta con una sorta di superbo orgoglio, la nostra superiorità di gruppo.

Ecco che nell’appartenenza viene sempre fuori l’esclusione.

Di chi non è degno, di chi non è adatto, di chi non rispetta i canoni, spesso rigidi di questa sentimentale risorsa per sentirsi meno soli e fragili.

Questa similarità di per se non è pericolosa.

Molti appartengono ma solo di facciata, lasciando che l’ombra, ossia tutto quello che è considerato dannoso per il gruppo, nasce a si sviluppi in segreto. Posso appartenere a un ideologia politica di fatto.

Ma a livello emozionale conservare una porzione, più o meno ampi di libertà e di libero arbitrio.

Ma questo può riguarda l’adulto che, in completo a perfetto sano egoismo non cede mai del tutto se stesso per un velleitario senso di sicurezza.

Nessuno è davvero disposto a amalgamarsi e a barattare il proprio io, malconcio, rammendato ma pur sempre sorridente, con una similarità che rende, almeno in apparenza, tutto più semplice.

Essere un gruppo dona una sorta di forza dato dal numero e dalla possibilità di nascondersi dietro il leader e le altrui energie.

E se a voler appartenere è invece, n anima in crescita?

Se a fare il famigerato baratto è un ragazzino?

Allora beh miei lettori le cose si complicano.

Perché simbolicamente tale “baratto” visto anche come un atto di sottomissione alla regola aurea del gruppo comporta anche un rito di iniziazione.

Un passaggio dalla condizione di singolo a elemento indispensabile o meno del gruppo di riferimento.

E se di pensa che un rito di iniziazione non è altro che la manifestazione concreta di un passaggio radicale e definitivo da uno status in funzione dell’entrata di un altro… si comprende come se verificatosi in un ambiente chiuso, elitario e adolescenziale possa vedere conseguenze nefaste.

E a volte pericolose.

Di riti di passaggio in certe confraternite si è sempre sentito parlare.

Dal nonnismo delle caserme ai riti di certe associazioni studentesse, a volte adombrati dal silenzio complice e a volte adombrati da un’oscurità criminale. A volte tristi e patetici, con quelle prove di forza che non sono altro che l’annichilimento della differenza, sostanziale e necessaria per una corretta comunicazione delle parti.

Una comunicazione, infatti, in un mondo omologato è quasi impossibile.

Se l’informazione e quindi la comunicazione che la contiene in se è come direbbe Gregory Bateson l’avvenuta consapevolezza che all’interno del sistema è avvenuto in cambiamento ossia si manifesta la differenza, se siamo tutti uguale la comunicazione cessa.

O non si chiama più comunicazione.

Asservimento.

Dominio.

Soggezione, dipendenza.

Ma non comunicazione.

Ecco le vittime innocenti di un processo come quello dell’appartenenza portato all’estremo sono proprio i giovani.

Che uccidono dentro di se ogni specificità e quindi ogni talento, non più visto come foriero di gioia ma necessario alla crescita esponenziale dell’interesse del gruppo.

Che vengono spesso stritolati in questo ingranaggio, perché richiede sempre più fedeltà, sempre più energie, sempre più sacrifici estremi.

Non fraintendetemi.

Non sono asociale fino al punto di non sentirmi appartenere a nulla.

Ma penso di poter porre in modo equilibrato, sulla famosa bilancia l’importanza del concetto: prima del gruppo, dello stato, della famiglia, dell’ideologia è a me stessa che devo appartenere.

Il resto può esistere nella misura in cui io non tradisco me stessa.

Ecco che la confraternita, il gruppo, il partito politico, la ragion di stato subiscono da chi appartiene sopratutto a se stesso, una feroce critica e una feroce analisi.

Non solo sulla convenienza, sull’eticità delle stesse ma anche sulla verità insita in ogni dichiarazione pomposa.

Nessuno mette in dubbio la necessità di avere uno stato coeso.

Di avere un territorio e una propria sovranità.

Ma se questo deve essere a discapito dell’altro, fondamentale pedina di un mosaico io cui tutti siamo inseriti, allora bisogna poter riflettere.

Non tanto sulla possibilità o meno di poterci difendere ma sui mezzi.

Sulla giustezza di posizioni che ci schierano, dividono, e mettono in competizione.

E che magari la risposta non è la contrapposizione ma una mano tesa a stringere un altra.

Idealista?

Forse e fiera di esserlo.

Un ragazzo stimolato dalla necessità di dimostrare fedeltà, di dimostrare l’adesione acritica alle regole dell’appartenenza non rischia soltanto fisicamente (giochi goliardici finiti male intasano i nostri notiziari) ma feriscono in modo feroce e spesso in modo feroce e spesso irreversibile la propria Natura e la propria anima.

Vittime innocenti.

Rei di voler solo trovare il proprio posto nel mondo.

Rei di voler dimostrare a tutti la meraviglia della propria anima.

Ecco chi sono le vittime innocenti descritte dalla Marsons.

Che in un solo meraviglioso thriller ci spiga con grazia feroce tutto il pippardone sovra esposto.

Facendoci arrabbiare, facendoci rabbrividire.

E donandoci al finale la vera prova di forza: vedere l’altro per la sua meravigliosa unicità fatta di forza, di coraggio e di fragilità.

E rischiare noi stessi, e nostre convinzioni, il nostro intero costrutto sociale per permettere a quella bellezza di risplendere fulgida.

Alla fine l’eroe non sarà il perfetto, il fortunato, colui che ha aperto le porte del jet set.

Ma un uomo semplice, capace di abbracciare, capace di dimostrare che per appartenere a qualcosa bisogna essere.

Bisogna credere.

Bisogna aver coraggio anche di dire no.

E si appartiene a qualcosa di eterno e indistruttibile come la propria anima.

Come sempre Angela scatena in me brividi, emozioni e una gioia feroce, perché a combattere contro gli stupidi orpelli di questa società allo sbando non sono più sola.

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