“Là dove danzano i morti” di Tony Hillerman, Harper Collins. A cura di Alessandra Micheli

Tony Hillerman è lo sciamano della parola.

E’ capace di evocare dal nulla un mondo cosi vicino eppure cosi ontologicamente lontano dal nostro.

Un universo fatto di simboli, di miti persino di retaggi culturali difficili da sopportare eppure capaci di donare a chi ne fa parte non il famigerato senso di appartenenza ma la consapevolezza di avere un posto preciso in quest’universo cosi caotico.

Del resto la mitologia dei nativi americani non fa altro che tentare, con successo a differenza di noi poveri occidentali, i legami che ci uniscono all’eterno, quei sottili fili di una ragnatela che ci comprende e al tempo stesso ci trascende.

E’ una filosofia universale, lineare e meravigliosa che stravolge l’assioma del nostro mondo, quello che considera la natura, il cosmo e persino l’uomo partecipi di una sorta di gerarchia orizzontale.

Una piramide adornata di concetti, di rigidità del pensiero che necessariamente raduna i soggetti in rapporto ala loro forza, alla loro utilità ai benefici che possono dare alla piramide stessa.

Che non è altro che la società, la polis alla quale dobbiamo riverenza e rispetto. Per molte altre culture non esiste assolutamente una gerarchia.

Noi siamo insetti, siamo aria, siamo pioggia, siamo animali.

Siamo tutto e dentro di noi c’è l’intero universo, in un rapporto di profondo amore tra noi microcosmo immagine del cielo e del macrocosmo.

E cosi che la regione dei nativi affascina ma al tempo stesso respinge.

Troppo difficile immaginare un mondo che canta sul cadavere del bisonte, che danza per onorare il sole e che persino riunisce i suoi morti in un luogo preciso, non importa se fisico o spirituale dove gli spiriti danzano.

Come non amare e come non sentirsi profondamente attratti da una tale mitologia?

Eppure all’interno stesso del concetto di nativi esistono delle differenze abissali, se non nel concetto base nell’interpretazione emozionale dello stesso.

In questo testo sono gli Zuni e i navajo a incontrarsi e scontrarsi e le giovani generazioni tentano, rintronamento o ingenuamente, di fondere due culture allo “stremo” fragili di fronte allo strapotere dell’occidente in un qualcosa di più coeso e forte.

Per resistere alla vera invasione che è e resterà sempre culturale.

E non nel senso dell’iniezione necessaria di suggestioni e tradizioni diverse.

Nel senso di un concetto di epistemologia che influenza i rapporti umani: ossia la competizione.

Il concetto dell’uomo bianco è la supremazia che viene nascosta da un blando senso di tolleranza.

Tollero te, che sei in errore, perché sono buono e compassionevole.

E in questa tolleranza ecumenica trovo il modo per riportarti all’ovile.

Ecco cosa ha danneggiato l’altro.

Il concetto di una sorte di elitarismo presente in ogni incontro umano.

E cosi Zuni e Navajo lottando strenuamente per non dimenticare di se stessi, dei propri antenati e delle proprie storie, non si accorgono che, in fondo la vera minaccia è la disunione.

E’ quell’arroccarsi ognuno sulla sua isola felice.

Ma l’uomo non è e non sarà mai un’isola.

In questo tentativo di sopravvivenza è ancora il potere del denaro, la bramosia di successo, l’orrore del profitto a entrare con faccia feroce in questa estrema prova di resistenza.

Zuni e Navajo saranno di nuovo separati dal dio denaro dell’uomo bianco dalle mani sporche di sangue.

In un viaggio attraverso la mitologia Zuni, attraverso le differenze tra due culture sorelle Joe Leaphorne incontrerà di nuovo il volto del male: e sarà sempre lo stesso, sarà sempre la brama di dominio.

E nessun Kachina potrà mai aiutarci o proteggerci dal peggiore degli orrori: l’abisso oscuro di noi stessi.

Perfetto, suadente, accattivante Là dove danzano i morti è il libro capace di farti attraversare il tempo e lo spazio e di abbracciarti cosi stretto il cuore, da non potersi più liberare.

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