“La congrega segreta” di Luigi de Pascalis, Newton Compton. A cura di Gaia Puccinelli

«Ma ricorda che il considerare una colpa la ragione e una virtù la credulità ha fatto del mondo la latrina che è […]. Non fare l’errore attribuito da Platone a Talete, il quale cadde in un pozzo mentre guardava in alto per studiare gli astri. Tuttavia ricorda, ancora con Platone, che possiamo perdonare un bambino spaventato dal buio, ma non gli uomini che hanno paura della luce.»

Ragione e credulità, una coppia antitetica che trova le radici del tormentoso rapporto molto addietro nella storia, se non addirittura nella notte dei tempi. È la storia racchiusa in questo romanzo ha origine proprio in questo rapporto dicotomico, nell’incontro tra ragione e fede, nel momento in cui la seconda cercò di attanagliare e soffocare la prima tra le sue spire, mettendo a tacere chiunque la potesse ostacolare.

La vicenda narrata ha un’ampia parabola che rende il lettore partecipe dell’episodio partendo dalle cause profonde, fino agli effetti finali indagabili nelle vite di tutti quelli che sono stati toccati dall’accaduto.

Ci troviamo nell’Italia del Cinquecento, il frate francescano Giustino si trova coinvolto, alla morte del vescovo Vincenzo Negusanti, in un viaggio alla ricerca di un libro apparentemente perduto, talmente prezioso o pericoloso (a seconda di chi si interroghi) che tutte le forze in gioco sulla scacchiera europea si mobilitano per entrarne in possesso.

La guida di Giustino sarà l’agostiniano Quodvultdeus, monaco insolito dal passato misterioso e dalla personalità poliedrica, che cercherà di mettere in guardia il giovane compagne dai pericoli della fede cieca, che se «non sostenuta dalla ragione processa scrofe, sanguisughe, maggiolini e altri animali».

Seguiamo i due monaci con il fiato sospeso attraverso la Penisola, anelando insieme Giustino per la verità, come lettori non possiamo fare a meno di chiederci, sempre di più quali siano le origini di tante macchinazioni, e l’autore sapientemente dissemina per noi indizi lungo il romanzo, aumentando la nostra sete, tenendoci incollati alle pagine per saperne di più.

De Pascalis si rivela un intessitore di trame sopraffino, concede e nasconde al punto giusto, rendendo la storia vecchia di secoli estremamente attuale.

Abile anche la caratterizzazione dei personaggi, a partire dai due antichi iniziatori del dramma: Adriano e Wosley, al poliedrico Quodvultdeus, fino all’ingenuo ma forte Giustino. Una chicca prelibatissima è l’Appendice, in cui la sete di conoscenza dei più curiosi verrà finalmente soddisfatta, ottenendo un ritratto vivido della scena cinquecentesca e della personalità ambigua del personaggio storico di Leone X.

La Chiesa cattolica del periodo, ma anche tutta la dottrina in generale, viene attaccata duramente, accusata di creare mere illusioni che ottenebrano la mente e ottengono l’effetto opposto di quello che professano.

Ma c’è una speranza per l’uomo, si può ancora aspirare ad una riconciliazione con la natura, con le sensate esperienze, con l’amore che si può riscoprire al di là del peccato. Ma tutto questo sarà possibile solo utilizzando la ragione.

Come accennato in apertura, uno degli aspetti più lodabili dell’opera è la scelta di un tema che nell’epoca della post-verità assume un’importanza massimale e declinazioni che i secoli precedenti potevano solo immaginare.

Così non possiamo più ignorare quello che in cuor nostro abbiamo sempre saputo: la storia si ripete, l’essere umano dovrebbe imparare dai propri errori e crescere, ma ciò non avviene e puntualmente la ragione cede il passo alla credulità.

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