“Il vuoto dentro” di Giorgio Borroni, Pubme. A cura di Romina Russo

“Spesso, se sei alla deriva, ti viene voglia di aprire una falla nella nave e vederla colare a picco, pure se questo vuol dire che affogherai.”

Biagio e Nadia.

Due navi alla deriva.

Vascelli disastrati che portano su di sé i segni di tempeste terribili che li hanno scaraventati con violenza contro gli scogli più impietosi.

Entrambi condannati a fare eternamente i conti con la morte di qualcuno che hanno profondamente amato e, in modi diversi, annientato.

Anime lacere, consunte come stracci vecchi.

Si aggirano per vicoli maleodoranti e angusti che sembrano i tratti finali dell’apparato digerente di una città bestiale e vorace, pronta a sciogliere nei suoi acidi abissi viscerali ciò che resta dell’umanità di simili relitti.

Ma ad accoglierli al termine di quel dedalo di angiporti sferzati dal lezzo della corruzione morale di chi li popola, non c’è un buio rassicurante fatto di nulla.

C’è un nuovo incubo da vivere, un calvario onirico per sperimentare il quale sono disposti a pagare profumatamente e a mettere in gioco le loro stesse vite.

E così, la sordida macelleria/pescheria del pervertito Marione e della madre strabica e affetta da nanismo, diventa quasi il palcoscenico di un grottesco freak show, in cui non esiste perdono, compassione o redenzione attraverso il dolore, ma solo lugubre scherno, tormento, rinnovata agonia.

Il duplice punto di vista, il rimbalzare del ruolo di voce narrante dall’uno all’altro dei protagonisti, è come l’oscillare ipnotico di un pendolo che ci culla in un’inquietudine sogghignante.

I gesti, lenti e misurati, che scandiscono il compiersi di un terribile rituale, sono come sabbie mobili che, dolcemente, ci soffocano.

La disperazione è tangibile e reale, è un intrico di rovi in cui si è costretti a restare immobili e attoniti, consapevoli del fatto che cercare di sfuggire non farà che straziare ancor di più carne e anima.

E in un gioco di richiami tra il passato e il presente di Biagio e Nadia, tra la consapevolezza di ciò che avrebbero potuto fare per prevenire il disastro e la rassegnazione all’ineluttabilità della tragedia che si sono autocondannati a rivivere, la narrazione si dipana come una matassa di filo spinato.

Matassa che Borroni, con una maestria tale da riuscire a intridere di elementi di straordinario lirismo anche una storia tanto cupa, ci offre con il piglio sicuro di chi vuole sfidarci a riflettere.

A pensare a quante e quali sfaccettature presenti l’animo umano.

A quanti angoli bui, quanti anfratti cupi e inesplorati si celino dentro ciascuno di noi.

Stanze chiuse e asfittiche, mai spazzate dal vento del pensiero o rischiarate dalla luce della ragione.

Pozze stagnanti di quel vuoto che ci divora dall’interno, scavato dalla disperazione, dal dolore, dal senso di colpa.

Un vuoto per colmare il quale talvolta ricorriamo ad espedienti che non fanno che accrescerlo.

E a quel punto i meandri bui e le stanze sigillate, dentro di noi, si moltiplicano.

E alla ricchezza luminosa e fertile di un’anima priva di colpe, va a sostituirsi, man mano, un labirinto di celle vuote e infestate.

E anche chi, fra i due protagonisti, riesce a uscire ancora vivo dalla bettola di Marione e a rivedere la luce del sole, non è altro che poltigia, bolo alimentare indigesto, pronto ad essere vomitato di nuovo in una dimensione di putrescenza spirituale.

Cosa resta, allora?

Il vuoto, quel vuoto che soffia gelido nell’anima ululando come vento in una cripta.

Quel vuoto che finisce per essere l’unico muto e fedele compagno.

Il dolore comincia a fluirmi dentro. Ho imparato a conviverci e so come funziona: lo stordimento tra qualche minuto se ne andrà e la disperazione romperà gli argini.”

Chissà se la disperazione, straripando, inondando cuore e testa, riuscirà a depositare su di essi limo fertile, speranza di rinascita.

L’ipotesi più plausibile è che si limiterà a spazzare via quel poco che resta, a seppellirlo sotto un fitto strato di melma per cancellarne definitivamente ogni traccia.

Per fare spazio, ancora di più, a quel vuoto.

Un vuoto assoluto, prepotente, insaziabile.

Un vuoto che non contempla altra esistenza oltre alla propria.

Il vuoto peggiore. Il vuoto…dentro.

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