“Genova. Una pallottola per il becchino. Terza indagine del commissario Damiano Felxi Gerardi” di Maria Teresa Valle, Fratelli Frilli editore. A cura di Alessandra Micheli

Eccomi di fronte al foglio bianco, con la mente infestata da mille pensieri diversi. Intenta a trovare le parole per raccontarvi del libro di Maria Teresa Valle e tentare, indegnamente, di riportarvi non tanto le mie sensazioni quanto i motivi per cui ritengo questo romanzo di eccellente fattura e soprattutto adatto un po’ a tutti, sia a chi ama i noir sia a chi si approccia per la prima volta al genere.

Maria Teresa Valle con somma eleganza fa proprio questo, prende gli elementi fondamentali e li intesse assieme in un arazzo perfetto creando un testo indimenticabile, forte ma al tempo stesso poetico.

Eccoci davanti un altro personaggio difficile da ignorare, capace di farti arrabbiare per la sua complessità caratteriale e al tempo stesso, proprio per quella fragilità rubarti il cuore.

Siamo nel 1952.

Gli anni cinquanta o come si sente spesso dire i favolosi anni cinquanta.

Quelli della musica, della moda, di Happy Days e delle opportunità che sembravano rifulgere dopo gli anni bui del terrore.

Anni pieni di voglia di fare, di un economia che tentava di risalire e di promesse, forse mai davvero mantenute.

Era il boom che occhieggiava lieto a tutti coloro che, miracolosamente uscirono indenni dalla violenza delle bombe.

Eppure erano al tempo stesso anni molto complessi.

Apparentemente tutto era a portata di mano: il benessere, le innovazioni, la voglia di ricominciare a viver e di ballare amare e sognare.

Ma dentro il profondo di un anima ferita esistevano cicatrici indelebili.

Esisteva un passato che il tempo non sarebbe mai riuscito a cancellare.

Mai.

La resistenza che si mostrava con fierezza come colei apportatrice di pace e prosperità, il bene capace di sconfiggere i malvagi.

E che per mantenere intonsa questa sua apparenza nascondeva sotto il tappeto della menzogna e dell’oblio tutte le idiosincrasie e le sue feroci imperfezioni.

E’ in questo contesto ambivalente che il libro muove i primi passi.

In quel momento in cui il lato torbido decide di nascondersi e di iniziare a fingere, senza mai essere capace di trasformarsi in altro.

E’ dentro la resistenza che si agitarono i semi di quell’ipocrisia borghese che afflisse gli anni a venire e che, in fondo affligge anche noi.

Con il trasformismo politico, con la legge del bene supremo tramutata in quella della convenienza e della sopravvivenza del più forte.

Con la volontà generale che diventa il fine giustifica i mezzi.

Ed è proprio in un occasione simbolica la venticinquesima adunata degli alpini che la vita del commissario capo Damiano Felxi Gerardi, il becchino, prende l’avvio grazie all’omicidio di un parente.

Chi non lo svelo, dovrete scoprirlo voi.

Però sono generosa e qualche indizio me lo concedo…è un legame di parentela cosi stretto da impedirgli di partecipare attivamente all’indagine.

Ed è da quel malessere, dalla consapevolezza che affiora nella sua mente, quella che il tempo gli era stato rubato, che la distanza diversità unite solo da un sangue che non grida più la sua appartenenza, gli è stato negato.

Mai più potranno guardarsi davvero negli occhi.

Mai più i rimorsi potranno essere chetati.

Mai più le ferite potranno mai trovare ristoro.

E in questo suo tormento la rabbia per una verità che sembra non trovare via d’uscita lo porterà a bypassare persino l’autorità e i vincoli imposti dalla legge.

Una legge che è ancora dubbiosa.

Che è titubante e fragile.

Mentre altre morti costellano la strada del becchino, la verità reclama la sua vendette.

Ed è attraverso un indagine che ha il sapore di una sorta di autocoscienza che Il Becchino non troverà solo la risoluzione del caso, ma anche una sorta di nuovo coraggio.

Che lo porterà ad acquietare un’anima tormentata da tanti, troppi rimorsi e da tante, troppe domande incompiute.

E è questo personaggio, elegante, a tratti cupo, anaffettivo incapace di esternare affetto ma al tempo stesso bisognoso di un calore umano capace di riscaldare il gelo che lo rende quasi immobile che riesce, per ironia della sorte a diventare il simbolo non solo di un epoca, ma di un essere, l’uomo, cosi preda di personali ossessioni, sempre alla ricerca di chissà cosa, a tratti incapace di sorridere soltanto guardando un raggio di sole che irrompe tra i rami degli alberi.

Ed è forse per questa sua insoddisfazione, per questo suo eterno incespicare, questo suo cercare quasi in modo ossessivo un posto speciale nell’arazzo dell’esistenza, che il Becchino lo sentiamo cosi vicino a noi, tanto che in fondo l’indagine stesa non è altro che un escamotage per addentrarci nel peggiore dei luoghi e al tempo stesso il più esaltante, il più misterioso e affascinante.

L’animo umano.

Uno stile ricercato e semplice, evocativo e crudo rende questo testo una vera cicca letteraria.

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