“L’equilibrio delle lucciole” di Valeria Tron, Salani editore. A cura di Patrizia Baglioni

Mi prendo il mio tempo, L’EQUILIBRIO DELLE LUCCIOLE lo vuole.

Questo libro mi è entrato talmente dentro, che faccio fatica a parlarne, è tale l’intimità di cui tratta che diffonderla mi costa.

Provo a raccogliere le idee, isolarle dalle emozioni, ma è impossibile.

Già alle prime pagine mi sono accorta che questo non è un libro come gli altri, questo forse non è neanche un libro, va oltre, è una storia sussurrata fatta di immagini di bosco, è una ballata popolare cantata con dolcezza, è un quadro dipinto con acquarelli.

È bellezza allo stato puro.

“Ogni punto di partenza ha bisogno di un ritorno”, così pensa Adelaide, una donna fatta di forza e sensibilità che torna al paese natio in Val Germanasca, un luogo isolato ormai abbandonato dai suoi abitanti, reso ancora più inaccessibile dai tornanti e dal Patois, l’antica lingua del luogo.

Restano come guardiani del borgo Nanà e Levì, quasi centenari eppure persistenti, animati dal senso di cura e protezione che da sempre li lega uno all’altro.

Amici, simili per carattere e attori di una stessa storia condividono l’affetto per Adelaide finché Levì non è ricoverato in ospedale.

Per Ade prendersi cura di Nanà, ormai sola, è un atto di amore e riconoscenza, conosce a menadito i suoi gesti quando cucina, il suo sguardo che parla con la saggezza degli anziani, la malizia di chi può permettersi di prendere in giro la vita e l’oculatezza di chi ha sempre da parte una scatola di biscotti per gli ospiti.

Adelaide pensa di sapere tutto di Nanà… in realtà il suo soggiorno si rivela un percorso di continua scoperta sulla vita passata e presente, lei che sta scappando dalla fine del suo matrimonio e dalle sue delusioni, si ritrova in un limbo temporale ed emozionale, dove vita e morte si incontrano.

“La morte è un battito che manca. La vita, è un battito inatteso.”

Ogni mistero si apre con una chiave che spalanca una porta e affida ad Ade la tradizione, la prima è quella dello sgabuzzino dove la donna ritrova catalogate con apposite etichette quaderni vivi, dove sono conservati semi, fiori e piante, raccolti e registrati in ogni momento della loro esistenza.

Dapprima sorpresa, Ade si addentra nello “stagno della memoria, dove eserciti di girini con le spade sono pronti a trafiggere ciò che finora è rimasto mansueto”, e una volta scoperchiato, il vaso di Pandora la trascina tra i venti del ricordo.

Basterebbe il freddo inverno delle montagne a farla desistere, ma nulla può contro la ferrea volontà di Nanà che ha fretta di consegnarle parole tenute in ostaggio “da una vipera” che le appare in sogno.

È arrivato il tempo di liberarle.

Adelaide ha dei talenti: quello dei silenzi, appreso dagli anziani con cui è cresciuta, quello di saper attendere che il vero si riveli e quello di saper interpretare le note dei suoi umori, per poi riportare il tutto nei suo quadri.

Il talento d’altronde è qualcosa di naturale, istintivo che diventa arte se esercitato con costanza.

“La volontà di un capriolo è un talento e il suo istinto lo muove verso un ciuffo d’erba possibile, ancora fresca, sebbene ricoperta di ghiaccio; così pure è un talento la robustezza del cinghiale o l’olfatto della volpe che, quando salta a zampe giunte sul manto nevoso per catturare un topo, deve superare a naso e orecchie strati di elementi con densità diversa.”

Non metto a caso tante citazioni, la recensione ha bisogno di respiro, quello poetico che VALERIA TRON sa utilizzare in modo tanto magistrale quanto spontaneo.

Le immagini che riesce ad evocare sono semplici, parlano di natura, di paesaggi, di oggetti domestici, il fatto è che ognuno di essi si anima di sensibilità, il legno diventa “durissimo e velenoso come la disubbidienza”, le scatole del ricamo si trasformano in scrigni di delicatezza, femminilità e lavoro, anche l’odore si personifica e si rende ladro che quando può fugge.

E allora la solitudine scompare.

Perché ogni oggetto, ogni fiore o pianta diventa significato, ricordo, memoria.

Le valigie che Adelaide ritrova nello sgabuzzino traboccano di foto, lettere e raccontano di guerra, di sofferenza e amore che “è la più bella miseria dell’uomo”.

La confidenza matura nell’animo di Ade che rivede le persone che l’hanno cresciuta con gli occhi della comprensione, che la maturità conquistata le da modo di approfondire.

Ora Adelaide sa e con tale consapevolezza può ripartire, riparare le trame, aprirsi a un nuovo amore… ma non prima di aver riportato a casa Levì.

Ecco la casa, Meizun, il centro di tutto, che raccoglie l’essenziale: strumenti di lavoro, utensili semplici e ormai sapienti che hanno appreso dalla mani e le parole, in patois dette con rispetto, misurate, eppure colme di un significato antico.

La casa conserva, perché “i giorni senza storia non li salva nessuno”, e nonostante l’urgenza di Nanà di raccontare, tutto scorre lento tra pagine che stringo forte tra le mani, torno a rileggere, mi soffermo sulle metafore, sui modi di dire, sulle riflessioni e penso che questo libro non lo finirò mai, ha bisogno del suo tempo, per terminarlo devo sentirmi pronta.

E poi arrivo alle ultime pagine e non riesco più a trattenerla questa commozione che mi travolge, parte dallo stomaco e sale su in forma di lacrime, liberatoria, non mi succedeva da tempo.

Io che ho vissuto la natura, che stesa su un prato d’estate sussurravo i miei desideri alle stelle, che sono cresciuta con i racconti dei miei anziani, io che la solitudine l’ho conosciuta da vicino, così come la delusione, ecco… questo libro lo sento profondamente mio e il cuore si riempie di gratitudine perché qualcuno ha parlato al mio posto, mi sento compresa, accolta, viva.

La speranza germoglia e danza come lucciole in un equilibrio stabile, composto eppure rivoluzionario, perché i piccoli insetti brillano di una luce interiore, autentica e illuminano la via.

Un libro che si esprime con un linguaggio poetico, suggestivo, che ha il sapore dei classici, unici nel loro stile e inalterabili nel tempo per senso e fascino, che trattiene il mistero della bellezza.

“Potrebbe riguardare il fatto che la sensazione di bellezza ci anticipa, facendo vibrare altre corde in modo incontrollato; ecco che, sebbene incapaci di vederne il disegno completo, sappiamo riconoscerne il mistero.”

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