“L’oro degli ebrei” di Gianfranco Manes, Diarkos editore. A cura di Alessandra Micheli

Che libro miei amati lettori!
Le mie amni hanno potuto sfiorare, accarezzare parole forti e al tempo stesso avvincenti e la mia assetata anima si è inchinata di fronte al dramma delle nostra storia recente reso si narrazione ma senza assolutamente togliere il realismo necessario per approcciarsi all’orrore.
Un orrore che non è passato, che forse non passerà mai e resterà come una macchia indelebile sulla nostra coscienza.
Siamo agli sgoccioli della seconda guerra mondiale qua do oramai i destini erano decisi e si assisteva al tentativo folle e disperato di un nazismo che non accettava la sua sconfitta e la perdita davanti alla storia.
Consapevole che la condanna sarebbe stata se non immediata o di provenienza umana ugualmente terrificante con una damnatio memoria necessaria e ben meritata.
Tolta l’apparenza salvifica, il progetto hitleriano si mostrò nella sua efferatezza non solo la condanna a morte di uomini rei di professare una religione diversa resi razza da una pseudoscienza, senza dignità e senza basi solide su cui reggersi, ma anche il vilipendio del dolore, della dignità altrui sintetizzato egregiamente dal nostro Gianfranco Manes.


La vicenda che fa da sfondo a questo egregio genere appartenente alla più pura storia di spionaggio è infatti documentato e purtroppo per noi e per il nostro definirci umani terribilmente reale ossia il disegno ordito dai gerarchi nazisti, consci dell’imminente disfatta per tentare di far sopravvivere questo tentacolare orrore, più pauroso persino dell’immaginario lovencraftiano all’oblio dovuto e necessario con cui tutta l’Europa aveva deciso di reagire alla scoperta della soluzione finale.


Erano decisi a non essere tolti, come fastidiosi granelli di sabbia dalla landa deserta di una storia che aveva bisogno di riabilitarsi agli occhi dei posteri cosi come ai loro stessi occhi e decisi a piantare il seme della distruzione, quella sottile e strisciante nel nuovo ordine mondiale, desiderato e voluto dalle potenze vincitrici.


L’olocausto doveva essere una nebbia pronta a tornare, alla minima distrazione, al minimo cenno di tempesta.


E per attuare questa follai ovviamente era necessario salvare non solo l’ideologia ma un simbolo concreto e utilizzabile di questo piano criminale, l’oro degli ebrei appunto.
Racimolato con le Razzie, con i rastrellamenti e soprattutto con l’omicidio.


Ecco che gli intrighi prendono vita e i due schieramenti quelli degli alleati e dei sopravvissuti si scontrano e si incontrano in una folle danza che doveva avere almeno un vincitore.


Ecco che lo spionaggio diventa parola e si insinua tra le pieghe di una guerra e mette in evidenza crudele le connivenze, le complicità tra i nazisti e persino il fulcro del capitalismo con lo scopo di spartirsi quel denaro insanguinato.


Ovviamente tutto quell’oro, l’oro della morte non può essere affatto usato senza un accorto movimento di riciclaggio, seguendo delle operazioni per poterlo di trasformare in semplici lingotti capaci, però, di far udire la propria voce e il proprio urlo di accusa, raccontando una sequela di orrori e di malvagità con la loro sola presenza.


Ecco che la tragedia capace di farci rabbrividire, di mettere persino in dubbio il mito della perfezione umana si sposa con il ritmo incalzante del romanzo d’azione, capace di avvolgere, avvincere e al tempo stesso cosi duro da essere quassi respingente.


Il risultato è un libro capace di farsi divora.


Ricordare l’abisso onde evitare che esso, sotto altre forme si ripresenti per reclamare il suo dominio sulla coscienza.


Gianfranco Manes mostra qua tutta la bravura necessaria a un distinguersi come un vero talento ossia coniugare la godibilità di un testo scenografico e scorrevole con quella capacità di svegliare i nostri sensi assopiti, metterci sull’allerta e ricordare che l’orrore non è mai passato.


E’ sempre li a ghignare famelico ogni volta che tentiamo nuovamente di avvolgerlo nell’oblio.

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