“Momento critico” di Paolo la Paglia, Nua edizioni. A cura di Alessandra Micheli

E’ sempre stato facile per me tenere per mano la giustizia.

Anche nei racconti più difficili, in quelle narrazioni che questa mia convinzione mettevano in discussione, pericolose per continuare a credere nella legalità.

Non è stato mai difficile dirmi che la vendetta non è mai accettabile.

Che è una sconfitta, che in essa non esiste affatto gloria.

E cosi viaggiavo indenne in mille errori, quasi superba in quel fulgido mio ideale che non ha mai smesso di brillare fiero.

Fino a adesso.

Non tanto per il tema trattato, forte è vero ma non dissimile da altri libri che ho divorato.

Ma è perché Paolo La Paglia sa comunicare.

E sa entrare in quei luoghi oscuri del tuo io mettendo scompiglio nel tuo ordine. E cosi alla fine del testo, con le lacrime negli occhi, la rabbia del cuore, ebbene si miei lettori ho titubato.

Forse perché il cattivo non è affatto crudele, non certo la pari di una giustizia che in fondo gli si nega..

Bellissima amante che promette ma non si lascia mai abbracciare.

Perché il contrasto con l’ambientazione, con quell’infinito che sa di libertà mal si accosta con la prigionia che il dolore crea.

Con catene capaci di stringere i polsi con troppa ferocia.

Sarà perché stavolta non abbiamo assolutamente un uomo debole che si finge forte, che cede alle lusinghe del male per lasciare un segno in questo distratto mondo.

Ma è fragile non debole.

Ed è miei amati lettori questo che fa la differenza del mondo.

Non è un uomo pieno di problemi.

Ne messo alla prova da un destino infausto.

Non è alla ricerca di rassicurazioni o di potere.

E’ un uomo come tutti noi.

Normale, fiero delle sue piccole grandi conquiste.

E’ pieno di amore e di gratitudine per quello che Dio gli regala, per il sorriso di una bimba, per il fiore che sboccia e per la rassicurante routine di una vita quasi noiosa.

Lui è felice di tutto quello.

Prima che il Dio benevolo, colui che da lassù sorride, si trasforma nel suo alter ego, un demone corrotto e violento.

E allora tutto precipita.

Nel disastro e nell’abominio più efferato.

E credetemi, Paolo non descrive suggerisce.

Racconta il momento critico, dove ognuno si gioca il tutto per tutto con una delicatezza e una crudezza che lacera il cuore.

Che ti lascia basito, dolorante come se si avesse avuto la peggio in un incontro di boxe.

E in questo deliro di lacrime e sangue, esiste sempre però il sole che riesce a far capolino.

A cambiare un po’ il finale di ogni storia.

Ed è anche questo contrasto, come una musica stonata che poi diventa dolce e amara che il libro fa il suo lavoro.

Scava e mette in discussione.

Lacera, uccide e trasforma.

Non so se dopo questa lettura sarò sempre la stessa Alessandra, quella che alla giustizia ci crede.

O lascerò la convinzione che ho della necessità dello stato per abbracciarne un altra, che non è ne del cielo ne della terra, ma è dell’anima.

So solo che se dopo la lettura di momento critico, tornerò a credere, avrò vinto davvero.

O magari crederò ancora, ma non certo alla giustizia cosi come è scritta nei codici, cosi come è raccontata dai media o come il sistema la modella.

Crederò che il male in fondo si combatte con una lacrima, un abbraccio, un bacio.

Con l’amore.

Che spesso ignoro barattandolo con un ideale che si secca con il vento feroce della vita.

Mentre beh l’amore, quello resiste anche al tornado.

Come un giunco ondeggia, si china, danza nella tempesta.

Ma non si spezza.

E allora anche oggi, oggi che dubito, oggi che le parole per annientare la vendetta non le trovo, oggi che è difficile mettere un fiore nella canna di una pistola, ti dico grazie Paolo.

Perché mai come ora, con i dubbi, con i miei perché mi sento viva e umana.,

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