“Teodora. I demoni del potere” di Galatea Vaglio, Piemme editore. A cura di Alessandra Micheli

So che Galatea Vaglio è una delle migliori scrittrici di storici in circolazioni.

E so che da me vi aspettate una recensione colta e storicamente approfondita.
E so anche che, per sfatare alcune voci che mi vogliono incapace di recensire adeguatamente questo genere, visto la mia ritrosia a leggerlo.

Dovrei spandere un po’ di conoscenze.

E in effetti è quello che ho fatto parlando del primo libro.

Ma c’è una cosa che mi preme più di un certo orgoglio professionale, che bussa molto di più che il bisogno di dimostrare a chicchessia la mia cultura e la mia preparazione accademica.

E’ la capacità acquisita con gli anni ad ascoltare qualcosa di diverso dalla folla e dalle voci della massa.

E’ ascoltare me stessa.

Una voce interiore che a volte mi grida parole, e quelle parole devono poter uscire dalle mie dita esigenti e nervose.

E devo scrivere qualcosa per poi conoscere la pace dopo la tempesta, dopo il tumulto di emozioni e di sensazioni che un libro deve scaturire.

Deve far piombare il se conscio nel pozzo buio di junghiana memoria dove si agitano onde affatto benevole.

Dove l’abisso grida con voce graffiante, come unghie sui vetri.

Dove però è necessario abituare gli occhi, persi nelle luci sfavillanti di un mondo illusorio.

Quindi no.

Mi spiace per tutti coloro che leggeranno questo mio scritto, che non ambisco certo a chiamare recensione.

Quindi mi inchino e lascio le malevole voci a loro stesse e ballo, perché ho bisogno di farlo, la mia personale danza.

E questa mi porta necessariamente, all’interno del personaggio descritto con abilità da Galatea.

Insomma, la moglie discussa, odiata e vilipesa dell’arcinoto imperatore Giustiniano, reso famoso dal suo intervento legislativo passato alla storia e grazie al quale forse noi possiamo definirci civili. E cosa sarà mai?

I suoi codici ovviamente.

Ambiziosi, innovativi per l’epoca, studiati, amati e contestati.

Se ben ricordo furono quattro: il novus codex, il Digesto le istituzioni e il codex repetitae praelectionis. .

E vogliamo parlare anche delle riforme contro gli abusi del potere tra cui l’abolizione della suffragia?

O quella che vietava di comprare le cariche?

Eppure…

Giustiniano è famoso sopratutto per la sua consorte Teodora.

La prostituta.

La meretrice, colei che con le arti seduttive ammaliò e incantò il futuro imperatore di Bisanzio.

Colei che proveniva dal basso, dal popolo, dal volgo.

Che tentava la scalata al potere gioendo di intrighi e di manipolazioni.

Colei che ha inaugurato quel modo tutto umano di porre etichette a chi, contro il sistema si rivoltava.

Contro chi tentava di riscattarsi e di contrastare l’idea di essere condannata per nascita a essere ultima negli ultimi.

In ogni senso.

Perché se anche poteva pure diventare l’amante ufficiale di chicchessia, non sarebbe mai stata altro che un grazioso orpello da sfoggiare per un diletto o per perpetuare il potere maschile in uno sfoggio di viril potere.

Teodora non era odiata solo perché di miseri natali, perché recitava o mostrava le sue grazie per sopravvivere.

Perché era voluttuosa o perché una macchia oscurava la sua virtù.

Altre donne nel libro di Galatea hanno la stessa provenienza.

Ma, esiste un ma.

Le altre espiavano con la sottomissione e una sorta di invisibilità auto imposta il peccato.

Erano Maddalene da redimere che solo con la negazione del proprio potere femminile, quello della sovranità.

Potevano ambire a modificare le proprie etichette soltanto in un modo rigido:da puttana a santa.

Ma erano figure evanescenti, inchiodate alla croce del senso di colpa, indossatrici del saio della commiserazione e avrebbero dovuto dimostrare, giorno per giorno di aver cambiato la loro natura divenendo..anonime.

Madri e figure marginali.

Mai davvero totalmente rispettate in quanto esseri pensanti.

Carine, adorabili, sorridenti ma…vuote.

Teodora no.

Teodora in tutto il libro e nel bene o nel male, anche con una ferocia che mal si accostata al nostro eterno ideale della femminilità il suo posto lo voleva sotto i riflettori.

Sotto la luce del sole e non nascosta dietro le vesti pudiche della redenta. Voleva essere anima, per il carattere per i difetti, per i pregi.

Cosi interamente, senza sconti, senza alibi.

E Giustiniano doveva avere lo stesso suo coraggio, quello di sfidare le opinioni, le convenzioni e credere.

Nel sentimento, nella loro unione, nelle sue decisioni, e in quella fragilità umana che ti porta a scegliere, contro ogni ragione, ogni razionalità l’altra parte della tua mela.

Che non è certo scelta da nessuna divinità compiacente o crudele.

Non c’è destino o predestinazione.

E’ soltanto nelle nostre mani, il potere di dire si o no al sentimento dei sentimenti.

E se accetti l’amore, allora devi avere il coraggio di guardarlo davvero negli occhi.

Di andare oltre le etichette, oltre gli schemi, oltre il concetto.

E affidarti.

Ed è questo che emerge dal libro.

Due anime che smettono di combattersi.

Che smettono di restare separati dal proprio ruolo sociale.

E diventano due in uno.

Forti, sconsiderati.

Fino a sfiorare il biasimo della storie e persino di noi, noi che a leggere di Teodora e della sua volontà di ritagliarsi un posto in quel sistema di potere, a volte ha scordato la sua femminilità.

Forse.

O forse ha deciso di ignorare totalmente quello che noi da sempre consideriamo femminile.

Che è tutto un gioco di colori tenui, che rifugge quelli più accesi e disturbanti. Che è solo materna e mai crudele.

Che è solo luce a mai tenebra.

Ma cosi facendo togliamo al passato un po’ di verità e di realismo.

Teodora appare grazie alla penna della Vaglio una donna completa.

Dolce, innamorata, ma anche spietata e scaltra.

Fragile e dura come la roccia.

Una donna dei giorni nostri che fa le sue scelte.

Che a quella Costantinopoli che la guarda senza davvero osservarla ma attraverso il filtro delle proprie personali percezioni urla, io ci sono.

E quell’urlo resta impresso sulla nostra pelle, anche una volta arrivati all’ultima formidabile pagina.

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