Blog tour Ultimo sangue di Diego di Dio, La Corte editore. “La Camorra e il contesto malavitoso”. A cura di Alessandra Micheli

Per precisare, la camorra descritta da Diego è il contesto scelto per raccontare una storia.

E per raccontarla bisogna sempre, lo diceva Jane Austen, partire da ciò che ci conosce senza provare a fare pindarici voli alla Icaro, con il risultato di farsi bruciare le piume dal sole cocente. E questo significa che, ogni mia considerazione è frutto delle emozioni, e delle riflessioni che Diego ha saputo suscitare senza neanche magari volerlo.

Pertanto ti avverto mio lettore, ti addentrerai nel mondo particolare del mio io, che ha trovato spazio nella bravura di un autore.

Ci sono sicuramente persone più esperte di me per parlare di un tema cosi scottante come quello della camorra e del contesto malavitoso.

E quindi non sarò certo io a rivelarvi in questo articolo di approfondimento, chissà quale verità nascosta, da cui la nostra umana comprensione viene inevitabilmente allontanata.

Non è facile e non sarà mia facile poterlo osservare questo fenomeno, anche perché complesso tentacolare e reo di troppe tante interpretazioni diverse.

La malavita e il suo contesto appartengono un po’ alla storia dell’uomo e soprattutto quella storia che inizia a sconvolgersi nelle città, nei clan e nelle tribù, quelle quindi arricchite da un codice preciso di comportamenti e di regole atte per poter vivere in comunità.

In ogni tempo, in ogni epoca qualcosa non è andato secondo i pieni e la perfetta macchina della proto-cittadinanza si è inceppata creando il dissidente, il dissonante e colui che in modo ribelle si è opposto alla mentalità del detentore del potere.

Che per sua natura ha donato alla compagine sociale regole precise e una sorta di direzione da prendere per poter convivere civilmente.

E anche la Parola civile ha una sua parziale validità in seno alla comunità di cui si osservano i comportamenti.

Civile in una parte del mondo è l’inciviltà in un altra.

E allora mi chiederete voi su cosa si basa il potere sovrano?

Ed è tutto davvero cosi relativo?

E’ un argomento che ha affascinato legislatori e scienziati politici e ognuno a loro modo ha tanto di elaborata la propria filosofia e la propria spiegazione. Hobbes immagino un modo sull’orlo dell’abisso in procinto di autodistruggersi che si dava una forma statale per poter portare ordine nel caos.

Lo stato era colui che impediva all’uomo lupo, in preda ai suoi lugubri istinti di eliminarsi a vicenda.

Per Locke invece era meno cupa la spiegazione perfettamente specchio di un liberalismo che oggi lo conosciamo in modo meno logico e più snaturato dalla sua intima essenza. Ascoltate

Lo stato mi sembra la società degli uomini costituita soltanto per conservare e accrescere i beni civili. Chiamo beni civili la vita, la libertà, l’integrità del corpo e la sua immunità dal dolore, e il possesso delle cose esterne, come la terra, il denaro, le suppellettili ecc

Se per Hobbes il leviatano, ossia l’immagine del potere era un male necessario esercitato in modo assolutistico e forse anche, mi si consenta violento, per Locke era un fattore pragmatico più ci si trova d’accordo più si viaggia sulla stessa lunghezza d’onda e si ottieni il fine assoluto che rende tutti felici ossai la prosperità e la ricchezza.

Pii ci fu chi come il nostro amato Rousseau immaginava l’essere umano come una creatura fondamentalmente sociale che se presa singolarmente si faceva annientare dalla volontà egoica e che sono assieme, partecipando poteva esprimere la vera, autentica volontà derivata da uno strano dio chiamato sovranità ossia la volontà generale.

Un po’ l’evoluzione del senso greco della polis o per spingermi oltre l’idea laica della Maat egizia.

Cosa importa questa disquisizione direte voi?

Cosa interessa il fenomeno camorristico con queste disquisizioni dotte sull’idea di stato?

Beh miei amati lettori tutto.

Perché vedete è dallo sviluppo o dal degrado del concetto di stato che è possibile formare al suo interno fenomeni interessanti sul piano sociologico ma rei di scatenare pericoli indicibili come estremismo, rivoluzione e malavita.

Eh si.

Non so se conoscete la storia italiana ma è proprio dalla mancanza di una precisa idea dello stato, della sua necessità e dell’origine della sua legittimità politica che l’Italia ha sofferto per tanti anni dei peggiori mali possibili .

Non che gli stati più “antichi” siano scevri da distorsioni.

Ma loro hanno una storia, una motivazione, una base ontologica su cui il concetto di cittadino si è formato mettendo solide radici nel terreno del proprio paese.

Non è un caso che le rivoluzioni più importanti sono state favorite da un certo clima filosofico che ha preso piede nei stati nazionali classici ossia Francia Spagna e Inghilterra.

E in Italia?

La storia è complessa.

L’Italia è un paese formato da piccoli staterelli ognuno con una sua struttura, una sua consuetudine persino una sua lingua.

Alcuni sono stati incorporati in realtà molto sofisticate per l’epoca e ognuno ha creato delle bolle autosufficienti che poco avevano in comune con un sentimento nazionale sbocciato troppo tardi.

E sopratutto nella parte sbagliata della società.

E’ storia scoperta di recente che, in fondo, l’Italia fu creata da intellettuali e nobili ( neanche da una vera borghesia italiana) e totalmente isolata dalla realtà popolare di campagne e di popolazione.

Il popolo colui che oggi apparentemente deterrebbe il potere, essendo noi una repubblica democratica ma ahimè parlamentare, quindi indiretta, non ha mai avuto voce in capitolo.

Per una serie di motivi.

Uno l’alfabetizzazione.

Due l’arretratezza sociale ed economica creata dal persistere fino a tempi insospettabili del latifondo.

Tre una scarsa volontà a creare un popolo.

Una massa si, un popolo ossia un entità con coscienza no.

Ecco perché in fondo noi siamo una democrazia a metà perché un popolo vero non lo abbiamo mai avuto.

Anzi aspettiamo ancora che qualcuno fatta l’Italia decida di fare gli italiani.

E senza la convinzione profonda che lo stato, per un motivo hobbesiano o lockiano serva per un idealismo metafisico rousseauiano sia espressione della volontà di qualche divinità civile, la dea Sovranità, nessuna massa può diventare un popolo che si riconosca nella compagine civile, nella sovranità e nel potere centrale.

E qua casca l’asino con tutto il carretto.

Se io non riconosco l’utilità, la bellezza, la necessità dello stato, se non mi sento parte dello stesso ma ospite e pure indesiderato tendo a creare una mia realtà parallela, uno stato nello stato, una reazione feroce e esasperata contro l’invasore.

E ecco che nasce il brigantaggio.

E dal brigantaggio il passo a asservire interessi personali, non essendo nato quello della volontà generale, il passo è breve.

E sapete cosa nasce dal brigantaggio, reazione contro il piemontese invasore?

La malavita organizzata.

Dall’idea romantica del brigante esce fuori il malavitoso, il mafioso, il camorrista che conserva, nonostante l’orrore insito in se qualcosa di romantico quasi un retaggio antico.

Quasi una canzone suonata nel DNA capace di far vibrare corde segrete.

Poco importa che oggi non ci sia più il piemontese che pensa ai suoi interessi e che la Camorra sia oramai “amica” di alcune parti corrotte dell’istituzione.

Avrà sempre, e sottolineo sempre un suo strano faccino.

E lo possiamo osservare grazie ai film denuncia che divengono icone di stile, ai romance che in fondo colgono il lato poetico del bello e dannato povero e incompreso.

E non serve certo pensare che in fondo sono film, libri o chissà quale altro alibi. A noi quel tipo di interpretazione ricorda qualcosa.

Sussurra una sorta di ribellione per qualcosa che è stato imposto ai nostri padri. Come se la canzone Brigante si more non si sia mai spento.

Anche se la camorra oggi, i Savastano e tutti gli altri compagnoni non hanno nulla di quella disperazione.

I tempi sono cambiati.

E lo stato adesso ci serve per poter sopravvivere alla barbarie che bussa alla porta.

Ma da perfetta amante di quest’affascinante costruzione umana, lo stato appunto (non a caso ho creduto cosi tanto a questa forma evanescente da averla voluta studiare) non sono cosi sciocca da non ammettere che io amo l’idea ma che quell’idea studiata sui libri non esiste.

Non esiste nello Zen di Palermo non esiste a Scampia, ne a a Corviale.

Lo stato non esiste in quella povertà che sembra ricordarci un libro di Dickens e invece è il 2022 in Italia.

Non significa che chi nasce in un quartiere malfamato automaticamente divine delinquente.

Che è una sorta di predestinazione.

Significa che oggi, in questo post moderno ci sono ragazzi, bambini famiglie che ancora non sono degni dei diritti, e quindi non vorranno neanche doveri che uno stato deve garantire.

Sto dicendo che oggi alla dignità di falce e al martello preferiscono l’immediatezza di mitra e fucili.

Sto dicendo che questo degrado morale etico e sociale e economico di alcune zone sia la probabilità lasciata nelle mani dei nostri concittadini di essere salvi come di essere dannati.

E’ il tiro al dado che diventa quasi dono del destino.

Sto dicendo che i quartieri in cui la camorra regna servono allo pseudo-stato per la sa scaltra al potere senza avere rispetto, remore e amore per colui che ha delegato il suo potere sovrano al parlamentare di turno.

Sto dicendo che c’è un re assiso sul torno che non svela il segreto dei segreti.

Che siamo una repubblica democratica rappresentativa.

E sapete cosa significa?

Che tutti voi, di Scampia, dello Zen, di Croviale, delle Vele, di Casavatore non avete bisogno della camorra.

Voi avete già la sovranità.

Perché la rappresentanza si ha soltanto quando un popolo delega, sentite la bellezza della parola delega, ossia offre in un patto assolutamente reversibile la sua parte di sovranità finanche il rappresentante la gestisca nel suo interesse e secondo i suoi bisogni.

E se qualora la insultasse, infangasse rompesse il patto sacrale con comportamenti, opinioni e atteggiamenti esso può essere e deve essere REVOCATO.

A ogni cittadino, il rappresentate, il parlamentare, il politico dovrebbe rendere conto persino di quante volte va al bagno.

Persino.

Ecco che la mancanza di un educazione “politica” e civile e il sostituire la realtà del potere con falsi miti è soltanto il modo con cui la massa viene controllata affinché non divenga povero.

E cosi ogni personaggio si dimentica la sua umanità perché si è dimenticato di essere detentore di diritti.

Non ci crede più.

Tira a campare.

Cosi va.

E’ in bilico su un filo sospeso nel vuoto.

E non ha la possibilità ne pretende di avere la possibilità di creare un solido ponte che possa nascondere alla vista, quell’abisso.

Pur avendo scritto un testo noir senza pretese di fare chissà quale colto tomo di denuncia, Diego di Dio riesce con semplicità a farci comprendere la portata del vero lutto dei protagonisti: la libertà di scelta, la sensazione di appartenere a se stessi, la sicurezza di essere tutelati, la partecipazione a una cosa pubblica considerata lontana e aliena e sopratutto, il diritto di cambiare vita.

I protagonisti non sono uomini perché non sono e non saranno mai totalmente liberi.

Ed è quest’amarezza che oggi mi fa scrivere con rabbia queste parole.

Sperando che un giorno torneremo a riprenderci ciò che è nostro: la partecipazione.

E che passa la sua vita a delegare

E nel farsi comandare

Ha trovato la sua nuova libertà

Giorgio Gaber

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