“Dove il tempo non esiste” di Cosimo Zichichi Mendes, In.edit edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Ho un rapporto conflittuale con il tempo lo ammetto.

Pur consapevole che sai una necessaria coordinata umana, sono anche convinta che in fondo non esista.

Che tutto dipende dalla percezione e che una volta compreso quanto la mente giochi un ruolo assoluto in questo strano gioco esso smetta di diventare il problema principale dell’umano fragile e quasi bisognoso di sicurezze e certezze.

E il tempo è una di questa.

Giorno che si alterna alla notte.

Era che scorrono con cipiglio marziale su di noi, sudditi in questo regno dominato da tiranni.

Il corpo soggetto al suo passo cadenzato, che nulla ha della soave danza della vita e del cosmo.

Noi siamo dominati da questo tempo beffardo, che ruba ricordi, che ci mette una sorta di ansia da prestazione.

E’ il tempo a dividerci e dividere l’anima in qualcosa che ero, che sono e che sarò.

E mettere un divario quindi tra questi segmenti di una linea che in realtà sembra non finire.

Eterna.

Cambia solo lo scenario in cui si esibisce e magari anche l’angolazione in cui essa viene da noi osservata.

I realtà siamo punti fissi, eterni come quel cosmo da cui discendiamo, che si trasforma ma resta immutabile e fisso in qualcosa di cosi grande che a solo pensarci ci manca il respiro.

Il tempo lo scandiamo con la perdita, con la morte.

Con l’orrore del finale che sembra mai possibile riscrivere.

Con quello zaino pesante sopra le spalle, fatto di oggetti forse inutili a volte troppo pesante o a volte troppo leggero.

Il tempo però è come un sogno che svanisce se apriamo gli occhi.

Non esiste.

Non può dominarci.

Non può influenzare.

Il passato e il presente cosi come il futuro non sono altro che fili colorati di uno stesso arazzo.

E quello che siamo oggi viene da lontano e va lontano, oltre persino la percezione umana, cosi limitata e cosi vanesia.

Eterea impossibile da stringere tra le mani.

E in questa storia cosi ben congenita e cosi ricca di colpi di scena scopriamo soltanto questa verità: tolto il divario tra i segmenti resta solo l’immoto.

Resta solo quell’anima che ha bisogno di scoprire cosa si celi in quello zaino, scegliere cosa tenere lasciare il superfluo al vento.

E mia come in quell’istante della rivelazione, si comprende che in fondo ogni filosofo aveva ragione.

Il tempo possiamo dominarlo.

Immortalare un istante, o farlo scorrere più veloce.

Fermarlo o giocarci un po’.

Far incontrare le ere, fa coincidere segmenti.

E sciogliere quei nodi che ci limitano e ci rendono un po’ ridicoli.

Ecco che questo libro diventa uno scrigno da cui emergono sogni, visioni, consapevolezze e un vento gelido che le certezze le distrugge.

E le rende cenere da spargere al vento.

Noi siamo qualcosa di più che un esperimenti.

O un modo per far sentire meno solo dio.

Siamo l’eterno manifesto.

E a quell’eterno dobbiamo rispetto, devozione e lode.

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