“Il nido segreto” di Martina Tozzi, Nua edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Sapete qual’è l’evento che ha cambiato volto alle letteratura?

Villa Diodati.

Che per molti è soltanto il nome di un elegante magione sita nella cittadina di Coligny nel cantone di Ginevra.

Ma che per noi folli, noi amanti di quell’immaginario oscuro è il luogo in cui è stato creato ex novo il gotico.

E che gotico.

Abituati alla meraviglia del castello di Otranto con le sue rovine e quel suo senso di pathos, ancora arcaico del magistrale Walpole del 1717 ( NON OSATE TOCCARLO CON LE VOSTRE CRITICHE DA PSEUDO EDITOR) abbiamo seguito con il fiato in gola la sua evoluzione, culminata poi nel più famoso e stra citato Dracula di Bran Stoker.

Eppure..

Dopo Walpole molti sono stati i tentativi di raccontare in modo diverso questo genere definito romanticamente lugubre e cosi deciso a alzare il velo dell’ignoto. Ma non sono certo qua per farvi una lezione di storia della letteratura. Assolutamente.

Però la formula di Walpole, pregiata fattura, risulta a tratti cosi lontana dalla nostra idea moderna del gotico.

Ed è per questo che cosi Villa Diodati ha deciso di lasciare che lo spirito che abitava tra le sua pietre attirasse, quasi per caso o per destino, due esseri diversi tra loro eppure accomunati dal dono di soprassedere la morte: Mary Shelley e lui il troppo bistrattato Polidori.

Nel 1816 quasi prendendo l’eredità della compianta Austen con l’abazia di Northanger questa tenuta fu affittata nientedimeno che da lui, il crudele ma bellissimo lord Byron.

Che vi soggiornò nell’estate di quell’anno, Giugno per la precisione, con John William Polidori, Mary e Percy Bysshe Shelley e Claire Clairmont.

Tre giorni di pioggia, di noia, interrotti da un idea geniale ( Dio benedica quell’idea) quella di creare una gara di racconti spaventosi da raccontarsi attorno al fuoco.

Byron presto abbandonò il progetto e cosi come il nostro amato romantico Shelley.

Non Mary e per fortuna non Polidori.

Che in quelle notti cupe, tempestose plasmarono i due capolavori assoluti del genere Frankenstein o il moderno Prometeo e il Vampiro, primo esempio moderno sulla creatura della notte.

Ehi si miei amati lettori.

Non fu affatto Stoker a dare origine al mito del crudele e sanguinario succhiasangue, ma il nostro medico.

Che basandosi sulle caratteristiche, poco onorevoli del suo amico Byron, diede vita a un nobile depravato, spregiudicato e capace di nutrirsi delle altrui energie sotto forma di sangue per il suo sublime piacere.

Capite che fu grazie alla noia di una vacanza semplice e quasi banale che noi oggi abbiamo tra le mani capolavori di tal guisa?

Io in vacanza non faccio mai nulla di eclatante, tranne fotografare la fauna e la flora montana.

Ma non passerò certo alla storia.

E invece… grazie a quella sfida io potei innamorarmi del sogno dei sogni, di quella volontà molto attuale di dominare le leggi della vita e quindi della morte.

Rianimare cadaveri.

Chi non ha mai sognato in fondo di riportare dietro, in vita chi ha perduto? Quale scienziato non si è chiesto quale possa essere la realtà di quello spirito descritto dalla bibbia e donato quasi con troppa leggerezza a una creatura fatta di terra e fango?

Mary donna anticonformista, innovativa per la sua epoca osò mettere nero su bianco il sogno dei sogni, blasfemo si ma terribilmente affascinante.

E leggendo e rileggendo il Frankenstein , non possiamo non restare allibiti di fronte alla sfacciataggine di una donna fuori dal suo tempo, incapace di abbracciare le convenzioni sociali e l’etichetta considerata necessaria per poter essere accettata. Noi che oggi dell’accettazione ne facciamo un problema di stato, incapaci di vivere con il biasimo del dissenso pendente sul nostro capo come una minacciosa spada di Damocle.

E per me che mi sento cosi estranea a questa ricerca secolare consenso mi sono sempre chiesta come Mary, nata nel 1797, vissuta in uno dei periodi più bizzarri della storia britannica, abbia potuto sfidare in maniera cosi convinta e naturale ogni gerarchi, ogni regola, ogni impedimento che la sua condizione di donna le imponeva.

Non vi siete mai chiesti chi fosse davvero la scrittrice del Frankenstein ?

Io si.

E ho letto biografie su biografie.

Ma nessuna è mai riuscita a darmi un ritratto onesto, completo e veritiero di questo mio mito cosi vicino a me per carattere ma cosi sfuggente, cosi difficile da stringere tra le mani.

Perché per raccontare Mary in fondo bisogna essere Mary.

Sentire un empatia profonda che dia senso e spirito a eventi altrimenti narrati con distacco, che sacrificano la complessità della persona al dato storico.

Marina non è cosi.

Marina la sente, la vive Mary.

Il suo spirito le scorre nel sangue e urla e reclama la sua verità e il rispetto per una carattere impetuoso, non facile e non sempre piacevole.

Mary era un personaggio fuori dal tempo.

Capace di sfidare con una noncuranza di chi davvero è aliena alla terrena dimensione, ogni ostacolo, ogni muro, ogni legge capace di porre freni alla sua voglia di vivere.

Di scoprire il mondo.

Di sbagliare e persino di amare fuori dalle rigide regole sociali.

E la dichiarazione a sedici anni fatta al poeta, all’innovatore e diciamovelo anche all’uomo cosi incentrato su se stesso e e sulla sua ricerca appare sconvolgente.

Mary è un libero pensatore.

E’ lo scienziato capace di sperimentare su se ogni follia per arricchirsene, per soddisfare una sorta di bramosia di vita che, veniva soffocata sotto la patina del politicamente corretto.

La sua personalità viene fuori in una sorta di lapillo incandescente anche la confronto con la pacata sorella Fanny, l’immagine accettabile di una società che reprimeva e non donava attenzioni all’anima, alla fantasia, alla volontà di creare giorno per giorno la propria esistenza.

Che privilegiava non la serenità quanto la monotona e annichilente routine di ogni giorno, scandita dal dovere, dal buonsenso e dalla riuscita sociale.

Mary era completamente l’opposto.

Non conosceva legami se non quelli della passione.

Non voleva scalare la gerarchia ne accontentarsi un una routine standardizzata. Voleva crescere , conoscersi e semplicemente…vivere.

Anche se quel suo vivere si poneva in contrasto con il diktat dell’ordinario.

E solo leggendo il libro, quasi una sorta di memoria a ritroso forse si comprende il Frankenstein e si ridà onore, gloria e rispetto a una figura che spesso ci sfugge perché ammaliati dalla sua scrittura.

Ma Frankenstein è Mary e in fondo tutta Mary è nel Frankenstein .

Quindi Grazie Martina.

Per questo regalo.

Per questo trasporto.

Per ricordarci come noi, la nostra vera felicità, la nostra anima vengano prima di ogni convenzione sociale e di ogni fasullo bisogno di appartenenza.

Noi in fondo già apparteniamo.

A noi stessi.
Ed è questo che conta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...