“Fiordo profondo” di Ruth Lillegraven, Carbonio editore. A cura di Jessica Dichiara

Tutto è mio e tutto perderò.

Presto tutto perderò.

Alberi, cielo, la terra che calpesto.

Camminerò solo senza tracce.

Det är vackrast när det, da Il paese della sera, 1953 di Pär Lagerkvist

Tutto è mio, in Norvegese Alt er mitt, è il titolo originale di questo piccolo capolavoro di Ruth Lillegraven.

Un thriller con diverse contaminazioni abilmente sperimentate da un’autrice che merita fama e ovazione.

Nelle acque gelide del Fiordo ho perso i miei appigli più volte, spinta in basso dal peso dell’acqua ho sperimentato gli abissi e visitato i segreti custoditi gelosamente in essi.

Haavard e Clara, marito e moglie, protagonisti di questa storia si legano a molte altre figure dalle quali la trama trae ricchezza e movimento. 

Clara è il cuore, in lei il passato rivive nel futuro, nel tentativo di rimediare, di rimettere le cose in ordine. Funzionario di stato in prima linea nella lotta alla violenza sui minori. Deve dire le giuste cose nel giusto modo. Clara diventa sempre più dura con se stessa e con gli altri. Sul fondo del Fiordo è annegata la sua tenerezza. 

Haavard è la voce del sangue di questa storia, pediatra, medico impotente davanti all’orrore delle piccole vittime, consapevole e disarmato.

L’ospedale dove lavora è il più grande del nord Europa, una piccola comunità con lotte per il prestigio, per le posizioni, per i contratti di lavoro.

Un luogo percepibile.

È un romanzo reale in cui buoni e cattivi hanno caratteristiche comuni, intrecciano le proprie vite e si infettano l’un l’altro.

È un romanzo d’esordio in cui l’autrice non ha paura di puntare il dito contro il nazionalismo e la xenofobia che avvelenano l’affascinante Scandinavia. 

È un romanzo nordico in cui non manca la possibilità di perdersi nei quartieri della Norvegia bene e di ritrovarsi tra gli immigrati della periferia.

È un romanzo psicologico perché più che la ricerca del colpevole il vero protagonista è il male con le sue cause e le sue radici che abbraccia il dolore, lo culla e lo cattura.

Diventa così difficile empatizzare con chi giustifica il male con la sofferenza e il lettore si ritrova ancora una volta a riflettere sulla possibilità concreta di lasciare che la razza umana si estingua.

È un romanzo poetico perché insegue la mia commozione e la cura. I pugni contro il muro, il calore del sangue, le lacrime, la fatica ma anche il silenzio dei sentimenti, la muta umiliazione che uccide più della rabbia, disegnano una poesia che rimane nel lettore come sale che brucia e che nello stesso tempo conserva perché dentro questa scrittura ci sono sentimenti che meritano di essere conservati e custoditi come monito, come denuncia, come esempio. Vittima o assassino, entrambi sono presenti dentro di noi.

Non è la prima volta che mi capita quest’anno quindi devo dedurre e soprattutto mi auguro che sia una tendenza, in gergo una “piega”, che alcune CE stanno prendendo, che è quella di spendere i propri talenti con traduzioni di altissimo livello.

La traduzione di Andrea Romanzi, pur essendo fedelissima alla trama originale, aggiunge poesia e musicalità alla scrittura rendendola morbida come seta senza perdere l’effetto dinamico e fluido del linguaggio di partenza. Veramente complimenti.

Consiglio per la lettura: un’amaca e una coperta all’uncinetto

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