“Anatomia di un mostro” di Brunella Schisa, Harper Collins. A cura di Romina Russo

La natura è come la pelle, non puoi strappartela di dosso.”

Lo sa bene il commissario Mimmo Franchini, che si trova a dover indagare sull’efferato omicidio di Riccardo Dell’Orso, facoltoso quanto torbido uomo di mezza età morto dopo una serie di indicibili torture all’interno della sua casa.

Lo sa bene Nora, figliastra di Dell’Orso, che a causa delle angherie di quest’ultimo ha perso progressivamente il controllo su diversi aspetti della sua vita, fino al crollo totale e disastroso di tutte le sue granitiche certezze in merito alla sua relazione sentimentale, alla sua vocazione professionale e alla reale natura del suo rapporto con un ex paziente.

Lo sa bene Raniero Dell’Orso, figlio naturale della vittima, talmente smarrito dopo un’antica e fugace liaison con Nora, nella quale aveva intravisto una speranza di affrancarsi definitivamente dall’ingombrante figura paterna, da essersi trasformato in un autentico hikikomori, senza più alcuna traccia di quella grazia che, un tempo, ammantava tanto il suo aspetto esteriore quanto la sua anima.

Lo sa bene, e lo scrive chiaramente in una delle sue missive sibilline a Nora, Biagio Rea, stupratore e pluriomicida che, dopo aver scontato la pena ed aver fatto ritorno nel mondo, ricompare nella vita della donna che un tempo era la sua psicoterapeuta in carcere per stravolgerla facendo leva su insoddisfazioni, bisogni e debolezze dei quali lei stessa ignorava di essere preda.

E lo sapeva bene, probabilmente, persino Riccardo Dell’Orso, andato incontro alla sua orribile fine senza rimorso alcuno per un’esistenza condotta all’insegna di un cinismo e di un egoismo inspiegabili, nella ricerca ossessiva della ricchezza e dell’esercizio del pieno controllo sulla vita della moglie Francesca, portando con disinvoltura il fardello di un’anima nera che cela, nei suoi anfratti più bui, segreti vergognosi e inconfessabili.

Ma al di là degli aspetti più cruenti della vicenda narrata, ciò che emerge dalle pagine magistralmente scritte da Brunella Schisa, non è affatto il tentativo di affascinare il lettore con dettagli scabrosi e sviluppi inattesi, quanto piuttosto il desiderio di condurlo per mano al centro di un vortice che urla con la forza di un tornado un interrogativo al quale è impossibile dare una risposta univoca: qual è il reale confine fra il bene e il male?

È esatto dire che ciascuno di noi può trovare il suo posto nel mondo solo come vittima o come carnefice? O forse è più onesto riconoscere che questa dicotomia esiste soltanto nei nostri pensieri, nei confortanti costrutti della nostra morale, smentiti quotidianamente da una realtà in cui i due ruoli, costantemente, si confondono e si mescolano, rendendoci creature ibride e imprevedibili, difficilmente riconoscibili come appartenenti tout court a una delle due categorie?

La direzione che la Schisa pare volerci indicare, con tocco delicato, ma, al contempo, deciso, pare indubbiamente più vicina alla seconda ipotesi.

Perché nessuno dei suoi personaggi è totalmente innocente. Così come nessuno di loro è completamente colpevole.

E questa sospensione di qualsivoglia giudizio morale, all’interno della narrazione, se in un primo momento pare destabilizzante e ci fa sentire come passeggeri di una nave senza timoniere, man mano che l’atmosfera fumosa della storia ci avvolge fra le sue spire, finisce per diventare una dimensione quasi rassicurante.

Pare di udire una voce, lontana e suadente, che ci ipnotizza ammonendoci ad ammettere che il confine fra bene e male è di gran lunga più labile di quanto saremo mai disposti a riconoscere.

Che ci schernisce demolendo ogni certezza sulla reale natura dei personaggi.

Che spogliando questi ultimi, mette a nudo anche il lettore di fronte ad essi, in un gioco di specchi deformanti che, quanto più distorce ciò che vediamo, tanto più ce lo mostra nella sua reale essenza.

E, dopo un primo istante di smarrimento, si finisce quasi per tirare un sospiro di sollievo nel riconoscere la duplicità del nostro nucleo più segreto, la sua capacità di appartenere contemporaneamente a più mondi, al bene, tanto quanto al male; alla luce, tanto quanto all’oscurità.

E forse è proprio quest’ambivalenza a rendere certe storie degne di essere scritte e lette.

Per ricordarci quanto, ogni nostro pensiero o azione, possa costruire o distruggere ben oltre la nostra consapevolezza.

Per rassicurarci circa il fatto che, tutto ciò che può essere distrutto, può venire, poi, ricostruito.

Lo sanno bene Nora, Mimmo e Raniero, che alla fine raccolgono premurosamente i cocci di tutto ciò che nelle loro vite è imploso e ne fanno preziosa materia prima per edificare esistenze nuove.

Lo sa bene ciascuno di noi, che nella propria esistenza ha seminato e raccolto, divelto e bruciato, vinto e fallito.

Sempre con la dolce-amara consapevolezza che dietro l’angolo c’è un’altra possibilità.

E che, assai spesso, la chiave per aprire la porta chiusa che tanto ci spaventa, è proprio l’ultima del mazzo che stringiamo fra le mani.

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