“Giallo come il cielo” di Eleonora Zaupa Kipple Officina Libraria. A cura di Romina Russo

È un futuro distopico che dista almeno cento anni dai nostri tempi, quello in cui vive Evelyn Nakata, una giovane cinese dai capelli biondi, il cui aspetto bizzarro è solo una delle tante peculiarità di una ragazza che non ha più famiglia, non ha più passato, e si guadagna da vivere compiendo pericolosi viaggi attraverso lo spazio e il tempo.

E quando riceve un nuovo incarico, una missione kamikaze che la porterà avanti di altri cent’anni, non ha idea di cosa si troverà di fronte.

Una Terra ormai ridotta allo stremo, molto più di quella dall’equilibrio già irrimediabilmente compromesso che si è lasciata alle spalle.

Un pianeta dall’aria contaminata da miasmi venefici e irrespirabili, dall’acqua putrida e imbevibile, in cui il lezzo di ciò che la circonda finisce per penetrare perfino attraverso la maschera che è costretta a indossare per respirare.

Un palcoscenico squallido, arido e grigio, in cui ad alta quota sfrecciano flyscooter e altri mezzi di trasporto all’avanguardia, mentre sulla terraferma il progresso scientifico e tecnologico, spinti oltre ogni limite, hanno ripristinato una sorta di preistoria grigia fatta di sterile cemento e di fetida immondizia, in cui si muovono uomini pronti ad uccidersi a vicenda per una manciata di rifiuti, creature mostruose create in laboratorio, malattie che corrompono l’anima più ancora che il corpo.

Una dimensione in cui gli interessi loschi di gruppi di potere che, dietro la candida facciata di organizzazioni che perseguono obiettivi salvifici per l’umanità, tessono in realtà trame ancor più distruttive, scrivendo in segreto una condanna definitiva per il genere umano.

E quando Evelyn capisce di quale gioco è la pedina, quando prende coscienza della possibilità di ribellarsi al ruolo che le è stato, suo malgrado, cucito addosso e di poter denunciare e provare a riavvolgere il nastro del destino ormai ineluttabile del Pianeta, scopre risorse in se stessa e verità sul suo passato che sembrano scuoterla violentemente dal suo iniziale torpore, sostenendola lungo un percorso difficile e pericoloso che la condurrà a una meta per nulla scontata o prevedibile.

Scopre di essere innamorata, di provare un sentimento che ha a lungo negato, incapace di riconoscerne la natura feconda perché troppo a lungo rassegnata a contemplare paesaggi e dinamiche sterili in un universo in cui, ormai, ogni pietra somiglia a una lapide.

Scopre che una piccola parte della sua famiglia esiste ancora, avverte il richiamo irresistibile del legame di sangue, il desiderio irrefrenabile di difendere in ogni modo il futuro di quel passato che era convinta di non possedere più.

E le fiamme di queste nuove consapevolezze che divampano, che sciolgono la corazza glaciale di cui la protagonista si era rivestita, diventano la sua croce e la sua delizia, la sua arma e la sua condanna.

E in una conclusione del tutto inaspettata e imprevedibile, ci si ritrova a interrogarsi su quanto, il panorama prospettatoci dall’autrice, sia poco diverso da quello che questa rovente estate 2022 ci sbatte violentemente davanti agli occhi in diverse zone del Pianeta.

E su quanto la siccità cui abbiamo portato il mondo che ci circonda sia diventata immagine fedele dell’aridità, improduttiva e piena di crepe, delle nostre anime.

Eppure, in ciascuno di noi arde ancora una fiammella che brucia, debole ma feconda, come quella che segna la svolta nel destino di Evelyn.

Possiamo alimentarla, con coraggio e forza, lasciando che ci guidi verso un cambiamento che, tuttavia, non può garantirci alcuna salvezza.

Possiamo ignorarla, abbandonarci al corso degli eventi, lasciando che anche i nostri pensieri e il nostro sentire non diventino altro che sabbia.

In un caso o nell’altro, forse un giorno ci guarderemo alle spalle, finalmente consapevoli degli errori, delle illusioni e delle superstizioni cui abbiamo permesso di dominare le nostre esistenze.

E pronunceremo le stesse parole di Evelyn:

“Dio era nell’acqua che noi avevamo inquinato. Dio era negli alberi che noi avevamo tagliato. Non c’era nessun essere invisibile supremo da venerare, ma delle persone in carne ed ossa e degli elementi che ci permettevano di vivere…erano loro che avremmo dovuto ringraziare.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...