“Orrore equilatero” di Gianluca Scendoni, Placebook. A cura di Alessandra Micheli

Le atmosfere lovecraftiane sono una specie di droga.

Una di quelle non pericolose ma capaci di rapire il cuore e l’anima e di non lasciarle mai più libere.

E si è stranamente felici però di quella prigionia.

Noi amanti dei suoi orrori, che non sono mai davvero orrori, non possiamo fare a meno di rifugiarci in quelle dimensioni cosi aliene e disturbanti.

Non possiamo non camminare a Dunwich o sostare per ore e ore a Innsomouth. E non possiamo non osservare la natura che ci circonda, montagne, mari laghi senza protendere il nostro delicato nasino nella speranza di cogliere quello strano odore di alghe ammuffite e di pesce, in attesa che ombre deformi possano sbucare e condurci ai piedi di una mastodontica creatura.

Da venerare o a cui chiedere finalmente una sosta, dal nostro pellegrinare a volte senza sosta o meta.

E sogniamo che in fondo, quei luoghi arcani siano meno assurdamente lontani di quel che speriamo.

Che siano laddove regna la routine e la tranquillità, in città insospettabili, pronta a scrivere trattenendo con mano artigliata, una piuma d’oca dalla punta tagliente, capace di incidere parole di inchiostro vermiglio sulla carta cosi come nel nostro cuore.

E sappiamo che se il Grande Antico di turno decide di abitare quei luoghi rassicuranti eppure cosi soffocanti forse le dimensioni, e persino il tempo possono cessare di seguire ordini lineari e divenire distorti, sghembi, più simili a quell’anima che tutto è tranne rassicurante.

Nulla di più oscuro miei amati lettori esiste al mondo se non l’animo umano. Dotato di maschere, di cunicoli, di strani anfratti tetri.

Ecco perché in fondo l’orrore lovencraftiano ci seduce cosi tanto, perché parla alle nostre notti oscure, che teniamo gelosamente custodite in scrigni segreti e chiusi ermeticamente.

E ogni tanto, grazie a certi libri ci sentiamo liberi di scrutare quelle strane viscere buie e di sorridere nel vedere le immagini che si agitano sul fondo.

E cosi abbiamo bisogno anche del mito che si ripete, che possa essere raccontato con toni diversi, in ogni epoca, con diversi stili.

Ma non è facile per nessuno scrittore addentrarsi in quell’intricata foresta, stagnante eppure sempre capace di offrirci vividi colori spenti.

Gianluca Scendoni ci ha provato.

La sua Innsmouth è italiana, tetra, misteriosa e sopratutto capace di nutrirsi di storie e di linee temporali che balzano senza un nesso logico.

Il risultato è proprio quello di farci sentire spaesati, fragili, timoroso di addentrarci tra le pieghe del libro, di continuare sapendo che pagina dopo pagina un occhio feroce ci fisserà e ci incatenerà ai nostri oscuri desideri. Rendendoci edotti che, anche la fede in una strana rinascita non è che il piano disperato di un un uomo che quaggiù si sente troppo solo, troppo ignorato da una divinità che è assisa su un trono e se ne frega, in fondo, di noi.

E allora Orrore equilatero perde un po’ la connotazione di orrore e diventa la flebile, disperata speranza di un essere che è troppo spaesato, troppo stanco per poter cercare da solo la sua verità.

Un libro suadente e avvolgente, indimenticabile e disturbante proprio come il suono graffiante di mille unghie sul vetro, suono odioso eppure siamo cosi incapaci di lasciarlo andare…

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