“Rive” di Valerio Mello, Ensemble edizioni. A cura di Patrizia Baglioni

Ci sono due modi di scrivere poesia: chiudersi in un momento di inconscio, lasciarsi trasportare dalle note segrete dell’anima ed esprimerle con i colori dell’inchiostro o portarsi la poesia negli occhi e con essa guardare il mondo.

RIVE di VALERIO MELLO è questo: un reportage degli incontri del poeta, dei paesaggi che esplora, dei suoi sentimenti, il tutto espresso in una forma completamente nuova, che non è narrativa e neanche verso classico

RIVE è un limite tra onde e spiaggia, si pone come luogo franco, confine di nuove esperienze espressive.

Ma al di là della forma è il contenuto che mi suggestiona e che non cela nessun dubbio: è pura poesia.

Centrale è la città di Milano, sentita, vissuta, misurata con il passo del poeta.

Nessun dettaglio sfugge, tutto viene catturato e ordinato in un’architettura che non è per niente casuale.

Ecco, spesso si tende a pensare che la poesia sia pure espressione, dilettantesca nella sua semplicità, non è così, la poesia per esprimersi ai suoi massimi livelli richiede ordine, costruzione, collegamento.

RIVE ha tutto ciò, con un componimento dietro l’altro edifica un’immagine del vissuto del poeta e allo stesso tempo entra nel nostro vissuto, gioca con il nostro sguardo e ci coinvolge in un’indagine sull’universalità: “Chiedilo al mollusco… che cos’è adesso il vuoto? / È l’onda salta di gioia, la risata di un ramoscello nel silenzio. / Vuoto per pieno. La definizione si scoraggia, ma significa… qualcosa contiene, / trappola per chi vede.”

La definizione si scoraggia, la poesia compensa evocando.

Il tempo è altro protagonista vicino all’autore che lo sente intorno a sé, come dimensione potente che muta le cose intorno a noi o come misura dell’interiorità.

La Gorgone

Agrigento

Lo riconobbi subito, era sempre lo stesso orologio. Volli chiamarlo, ricordargli che il tempo ci invita a una eccessiva arrendevolezza.

L’orologio della stazione era frantumato, piegato sulla battuta serale, mentre i binari entravano già nell’argomento di una definita penombra e i palazzi sporgenti si riconoscevano nei soggetti distanti del tramonto.

Un’altra volta a casa mia.

L’orologio seppe tralasciare i dettagli irrilevanti, mi affrontò con la forza di termini usati dalla membrana del passato e fu pronto a restituirmi il periodo sospeso, il fiato compiaciuto di una parte abbandonata e interamente desiderata.

Ogni momento del quotidiano diventa appetibile per il poeta, in esso scorge momenti segreti, visibili a lui solo e che ama definire: “la sera è il nome che do al giorno nascosto” e “il cielo è un crepaccio, sorge con la saggezza delle rifiniture”.

Il luogo invece aguzza l’ispirazione, l’osservazione e la riflessione, anche un piccolo essere vivente può diventare messaggero di versi: a Paro “risuonano le cicale nello scarno involucro della loro specie e partecipano della magrezza della terra” e a Milano “Ammiro la lucertola che si distende come un panno al sole; ruvida e gualcita si assottiglia fino a splendere sulla roccia che l’ha capita.”

C’è commistione del creato in questi versi, comprensione di un “sapere invisibile” a cui si accede attraverso il senso estetico della poesia, anche se qualcosa a volte sfugge, non si incastra: “stasera, qualcuno raccoglie versi in modo impreciso. / Conoscere così poco, i silenzi addomesticati, le annotazioni di bottiglie vuote sulle panchine. / Stasera il dettaglio è troppo pigro, lo spazio non convince, l’ultimo verso dovrebbe essere il primo.”

La finalità del poeta mi sembra evidente e me lo rende apprezzabile: egli non si lascia irretire dal sentimentalismo personale, va oltre, utilizza la sensorialità per cogliere concetti più ampi, più alti, ma neanche lui, così come i fari, sfugge alla solitudine.

Il viaggiatore

Il faro e la foresta La Gomera

I

Il villaggio impregnato di persiane vivaci affacciate sul porto.

Poco lontano dalla mite vegetazione umana era un faro abbandonato (sulla cima di una scogliera dilaniata dal mare), vecchio di rumori di insetti, rosso e bianco, precipitato all’interno di vista con sterpaglie e carcasse di ferro. Aveva un occhio solo; non gli dissi il mio nome. I fari hanno un vasto concetto della solitudine, pensai; più li si guarda, più tendono a non mostrare la morbidezza della loro precarietà: quel faro tendeva immobile l’iride a ignote destinazioni e quasi si appoggiava alla periodica narrazione dei cespugli sviluppati dal vento.

Il faro mi disse che la solitudine rappresenta la definizione del suo rapporto con le parole dell’onda.

Resto un attimo in silenzio, assaporo la meraviglia che questi versi mi suscitano, la capacità espressiva del poeta è impressionante, le parole si plasmano tra le sue mani e trovano la misura di esprimere il suo sentire.

Il lessico è elegante e accessibile, le immagini create restano impresse, Mello ha un talento cinematografico nel mostrarle e renderle fruibili.

Come tanti cammei, guardo ammirata a questi scorci di vita, a questi potenti momenti di poesia a queste RIVE alle quali anche io, fortunatamente sono giunta, qui mi sono dissetata e ritemprata. Perché come sempre dico la poesia accarezza e cura.

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