“La viola di Sara” di Francesco Montonati, Aporema edizioni. A cura di Patrizia Baglioni

C’è una dimensione ben precisa tra l’apollineo e il dionisiaco ed è quella della creazione, dell’arte e della musica.

Mentre scorro le pagine di LA VIOLA DI SARA di FRANCESCO MONTONATI entro con passo leggero nella storia, mi sintonizzo al suono della viola e seguo il ritmo.

La vita di Sara d’altronde ha una cadenza tutta sua: da giovane promessa della concertistica internazionale si ritrova a lavorare in un call center con un compagno e la figlia sulle sue spalle.

Sara è schiacciata, dalla frustrazione, dai sensi di colpa, dall’insoddisfazione a salvarla solo la sua viola a gamba, uno strumento dimenticato quasi da tutti, trovato per caso in una cantina e diventato per lei il suo unico amico.

Ecco, i sentimentalismi non sono per la musicista, lei non è una romantica, né un’illusa, chiusa nel suo mondo interiore fa fatica a trovare un equilibrio, da una parte un eccesso di responsabilità verso gli altri, un rispetto eccessivo degli schemi e delle regole morali (l’apollineo) e dall’altra l’abbandono, il piacere, la disinibizione (il dionisiaco).

La difficoltà di Sara è quella di esprimersi, di trovare una voce che convinca se stessa, che usi parole di cura, di fiducia e rivalsa.

Ma la giovane conosce solo un modo per parlare: suonare.

Lì i demoni giocosi del delirio musicale la raggiungono, le sussurrano parole alle orecchie e lei si trasforma in una donna sicura, forte, affascinante e irraggiungibile.

Sara la gloria l’ha toccata con mano, ma ha dovuto fare un passo indietro per assistere i suoi genitori e per fare i conti con il senso di colpa di averli abbandonati per realizzare se stessa.

Ed ecco la domanda principale di questo romanzo, che non è solo la storia di Sara, ma quella di tutti noi: è giusto inseguire i propri sogni?

O bisogna accantonarli in nome di una concretezza quotidiana?

È giusto mettere sé stessi al centro e rischiare di perdere tutto il resto?

Sara decide di non scegliere, decide di non vivere ma di lasciarsi scorrere tra i giorni, unica consolazione: suonare in una piccola orchestra di provincia dove lei spicca totalmente tra gli altri.

Ma quando le viene fatto notare che ormai non brilla più, che la sua luce si è totalmente spenta, Sara si da un’ultima possibilità: accetta l’invito di Josè Hidalgo, il più importante gambista che le chiede di raggiungerlo a Barcellona.

La viola a gamba ben si identifica a Sara, sembrano fatte della stessa essenza, peculiari, dal fascino classico e Barocco, fatte per creare virtuosismi, con eccezionali capacità espressive nascoste.

Hidalgo ha solo un modo per conoscere Sara: improvvisare.

E insieme raggiungono armonie inimmaginabili, tutti si fermano ad ascoltarli, ipnotizzati, sono unici, ognuno con il proprio linguaggio, ma capaci di fondersi in un’unica melodia.

Essi si incontrano, si rincorrono, si scontrano in una lotta di note per tornare ad armonizzarsi e poi fuggono verso vie musicali accessibili solo ai puri, agli spiriti che amano la musica, ma qui perdere l’orientamento è facile.

Riuscirà Sara a sfuggire alle sue ansie e a ricostruire se stessa?

LA VIOLA DI SARA è un libro che parla tanti linguaggi: quello della crescita personale, della rigidità del mondo accademico e della passionalità della musica.

La storia che si sviluppa tra Milano e Barcellona è accattivante, il lettore si sente subito partecipe grazie anche alla straordinaria capacità dell’autore di sintonizzarsi sulle note dell’animo femminile, operazione di solito estremamente complessa.

La scrittura è rapida, veloce, i periodi brevi esprimono l’essenza che giunge immediata, chiara, comprensibile, non c’è spreco, le parole arrivano dritte al punto.

“Lo sto facendo. Sto correndo sulla spiaggia. Vestita, ovviamente, ma tant’è. Nuvoloni immensi anneriscono il cielo e la sabbia. L’atmosfera è sospesa, onirica. Il vento mi soffia gelido sul viso. Nonostante il freddo ho caldo, nonostante lo sforzo sembro senza peso. Ma è questione di minuti e il peso arriva. Mi fermo a riposare su un masso del molo, le mani al riparo fra le gambe. Le onde si infrangono rabbiose sciogliendosi in vaporose sferzate. Ho i piedi – nudi, quelli sì – quasi atrofizzati dal freddo. Circondata dalla vastità del mare e sola. Non c’è altro essere umano per chilometri e chilometri di spiaggia. Sola. Così sola che anche la parola sola mi sembra sperduta e abbandonata. Solasolasolasola

Amo questa tipologia di scrittura che mi ricorda De Luca o Izzo, sì mi ricorda, perché Montonati si esprime con una voce riconoscibile, con delicatezza e discrezione sa entrare in profondità, riconosce dettagli per altri trascurabili, li interiorizza e poi con sapienza e dedizione ce li racconta.

LA VIOLA DI SARA è stato per me un dono insperato, mi ha sorpreso, mi ha stupito, mi ha affascinato e mi ha fatto riflettere, per questo lo consiglio a tutti voi che cercate un libro unico, speciale, da ricordare.

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