Review party “Violet” di Scott Thomas, Rizzoli. A cura di Alessandra Micheli

E’ un libro che andrebbe letto di notte, con la tempesta fuori che infuria e rami secchi, come dita artigliate a battere sulla finestra.

Andrebbe letto mentre intorno a te ci sono solo ombre e la fioca luce di una lampada si ritiri quasi impaurita essa stessa o rassegnata a essere sconfitta.

Ci dovrebbero essere musiche soavi e inquietanti, come quelle di un carillon sperduto, posto in una stanza priva di mobili, con quelle note ossessive che rimbombano come un eco ancestrale, fatto di mille sottili sussurri.

E il libro andrebbe gustato senza farsi domande, senza quell’attenzione costante ai dettagli necessaria per una arguta e dotta recensione.

Non è quindi un testo semplice, adatto a tutti, quelli che nei review si trovano pubblicizzati per rendere omaggio all’editoria che intriga, esalta ma non ti rapisce mai del tutto.

Perché Violet non è un libro basato tanto sulla trama o sull’azione.

Non è quindi la classica corsa per il mistery, o il fantasy o addirittura il thriller horror.

Qua Thomas crea una sorta di porta su un altro mondo, quello antico che vive di atmosfere gotiche, di case infestate apparentemente fragili di presenze che non hanno certo nulla di spaventoso se non quella loro presenza indecorosa, quel loro voler esistere a ogni costo, nonostante le leggi precise di questo mondo lo vietino.

Violet diventa quindi un viaggio prettamente sensoriale e come tale deve essere vissuto.

Quindi non cercate il dato sconcertante, quel parossismo di eventi che susseguendosi uno con l’altro non vi permettono di pensare, ma di invitare un orrore rassicurante, innocente e affatto pernicioso a abitare le vostre stanza dell’io.

Quello che a conclusione della storia, ciliegina sulla torta di quello che amate definire plot narrativo, poi svanisce e diventa soltanto altra cenere di ricordi. Ricordi di libri lasciati marcire nel cassetto della mente, patetici e mai più brillanti.

Violet non è cosi.

E’ come quel pulviscolo invisibile agli occhi, che solo il sole morente illumina e che si deposita, feroce, sui mobili di quella stanza che appare quasi sospesa tra due dimensioni.

Che tenti di togliere ma che poi di nuovo si deposita su di essi, irriverente e crudele.

Violet apparentemente finisce con l‘ultima pagina, eppure la sua non fine resta sulla tua pelle, come un fastidioso prurito che, più passa il tempo più diventa irritante e poi..spaventoso.

E sarà quel senso di irrealtà, quel mescolare ricordi che hanno il sapore dolce dell’infanzia eppure il viso dal sorriso ghignante, pieno di denti aguzzi del delizioso gatto del Cheshire.

Violet non perdona.

Non è la fiaba che sembra volerci raccontare, in modo quasi convulso, la sua protagonista.

In quella terra fatta di luce, acqua verde e silenzio, qualcosa dalla terra profonda emerge.

E i suoi occhi seguono ogni nostro passo.

E il prezzo da pagare per averla vilipesa, offesa, per aver creduto di essere noi la razza dominante.

Per aver ignorato la verità di certe cose oscure, striscianti che si agitano in ogni luogo capace di incunearsi tra le pieghe del tempo.

In ogni anfratto che conduce altrove.

E in un altrove dove la sofferenza, il dolore serve da nutrimento per cose sottili, striscianti e quasi flaccide.

Violet è cosi.

E’ l’apparente bellezza di una natura che, del decadimento ha fatto la sua forza. Che sotto la foglia brillante e argentea dell’acero, nasconde la brulicante vita di strani e deformi insetti.

Ecco che Violet allora, a differenza di altri libri, vivrà con voi.

Sarà una dura coesistenza non lo nego.

Eppure…a volte con la mente tornerete proprio in quella casa, laddove i sussurri vi chiameranno insistenti..

Vieni a giocare con noi”.

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