“Annotazioni su un caso delicato” di Michael Robert Michon, Castelvecchi. A cura di Alessandra Micheli

Eccomi qua a voi miei amati lettori.

Stavolta con un libro meraviglioso che mi ha lasciato soltanto brividi.

E non solo perché è un giallo procedurale magistralmente scritto, con uno stile incisivo, dotato delle giuste pause e di accelerazioni che ci regalano quel respiro mozzato di chi si aspetta la rivelazione finale.

Ed è infatti cosi che accade.

Dobbiamo sapere.

Dobbiamo conoscere la verità.

Dobbiamo andare avanti con la lettura e scoprire segreti e vizi di ogni personaggio.

Ma la bellezza vera, quella luminosa appare all’ultima pagina, quando il talento di Michael Robert Michon diviene pura poesia.

E voi sapete quanto amo quegli istanti in cui ogni velleità voyeuristica, tipica di chi ama il giallo e ama scorrazzare nel torbido, sotto i tappeti eleganti, dietro le rispettabili apparenze di un mondo che si auto-esalta, cedono il posto alla malinconia e a un senso di rassegnazione che non è affatto sconfitta.

La vittoria vera, del nostro ascetico Segre non sarà certo la risoluzione del mistero celato dietro la strana morte di Valdameri.

Sarà proprio quel senso di dolore che metterà fine a ogni ricerca.

Un dolore che viene dal profondo di un cuore inaridito, troppo avvezzo al marcio, alla corruzione e al male.

E forse queste annotazioni su un caso delicato proprio perché profondamente mano sarà la redenzione vera, reale e tangibile di un uomo che in fondo, con la ricerca del marcio, con quel rimestare nella melma umana rischia di perdere inesorabilmente se stesso.

Perché vedete la nostra reazione al male, all’orrore, alle guerre, all’avidità, ala sopraffazione non dovrebbe affatto essere rabbia, vendetta o odio o rivincita.

Ma compassione.

Se dentro ti resta solo un enorme vuoto, quello che arriva quando la perfettibilità umana, quella possibilità che un giorno ci ha dato dio tracolla inesorabile verso l’abisso, allora sei davvero slavo.
Se non avrai la soddisfazione di sentirti vincitore, allora le fauci del nero ghigno di Mammona non ti avranno mai.

La tua anima sarà intatta.

Il tuo cuore risuonerà come un tamburo.

Le lacrime purificheranno la tua strada.

E forse un domani il sole riuscirà davvero a illuminarla di nuovo.

Ecco cosa mi ha fatta innamorare.

Non tanto la trama intessuta con un magistrale tocco di genio.

Neanche un algido protagonista, duro e cinico.

Ma i, fatto che alla fine di questo strano, oscuro viaggio si sia seduto sulla rive di un fiume, abbia sentito la sofferenza di Valdameri come se fosse la sua e abbia pianto.

E se ognuno di noi, dopo la lettura avrà la stessa reazione, allora il libro avrà vinto.

Perché la terra oscura del male è e resta la nostra prigione.

E non dobbiamo affatto accoglierla come un regalo, un dono una vittoria, ma con il cipiglio disperato del prigioniero, con la speranza di essere, un giorno di nuovo liberato.

Davanti ai fiumi di Babilonia, lì ci siamo seduti

abbiamo pianto, ricordando Zion

Quando i malvagi

ci hanno portato via, prigionieri

chiedendoci una canzone

Ma adesso come potremmo cantare la canzone del Signore in una terra straniera?

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